«Qui Ministero dell’Interno, contro il caldo africano non posso purtroppo fare nulla! Come va da voi?» Sono passati pochi anni da quel 2 agosto 2018 in cui Matteo Salvini in un meriggio d’afa fece lo spiritoso su Twitter. Altro governo, altri alleati, altro clima. Il guaio è che da allora, in soli otto anni, il caldo si è fatto ancor più soffocante. E l’impennata di bollini rossi (+ 50%) è schizzata fino a 27 città su 27. Che il governo «non possa purtroppo fare nulla», poi, non è vero. Certo, non sui tempi brevi. L’andazzo, dicono gli scienziati, è quello. A partire dalla temperatura dei mari in cui l’Italia è immersa: il 7 agosto 2016 la temperatura media superficiale era attorno a 25,5–26°, oggi sui 28° «con vaste zone di Tirreno e Ionio a 28–30°» e punte a 33°. E non c’è bacchetta magica per rovesciare il trend. Ma o il problema viene preso di petto o sarà sempre peggio. Prima si parte meglio è. Ed è questa, probabilmente, la consapevolezza che manca.

Ma mai come oggi, asfissiati dalla calura che crea allarmi sanitari e non solo, dalla siccità che per Confagricoltura potrebbe devastare campi, frutteti e risaie con danni oltre i due miliardi nel solo Piemonte, dall’avanzata del cuneo salino che per chilometri e chilometri risale i nostri fiumi a partire dal Po aggravando i precedenti disastri, rischiamo di abbandonarci, rassegnati, ai capricci degli eventi. Per poi scattare, alla prima calamità, nella gara di solidarietà in cui non siamo secondi a nessuno. Sarebbe un errore fatale. Spiega Giordano Georgi, responsabile del Centro Nazionale per la caratterizzazione ambientale e la protezione della fascia costiera dell’Ispra, che «fino al 1990 l’innalzamento nel Mediterraneo era circa 2,5 millimetri l’anno, dal 1990 è salito a circa 4,5 pari a circa 5 centimetri per decennio e la situazione continua a peggiorare». In pratica sopra il Mediterraneo e soprattutto i nostri mari «si è creata una coperta che riscalda l’atmosfera globale. E ciò accelera lo scioglimento dei ghiacciai (basti guardare quello della Marmolada) alimentando l’innalzamento marino». Con rischi gravissimi all’orizzonte. E guai a dirgli, come Roberto Vannacci, che il pianeta cambia da sempre infatti «sulle Dolomiti ci sono le conchiglie»: certo, ma un tempo cambiava in millenni. Ora, come ha ammonito, nella scia di papa Francesco, anche papa Leone XIV, bastano poche decine di anni perché aumentino «in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche».