Ankara. E’ la prima volta che le principali potenze sunnite della regione, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, stipulano un patto militare formale. Secondo i termini dell’accordo, il patto impegna i tre paesi alla difesa collettiva, riunendo il secondo esercito più grande della Nato, l’unica potenza nucleare del mondo musulmano e il custode dei luoghi più sacri dell’islam, La Mecca e Medina, dove è sepolto il profeta Maometto. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno firmato lo storico documento a La Mecca nel giorno sacro del venerdì. Anche se non vi è alcun dubbio che il patto miri a contrastare l’influenza dell’Iran, “non rappresenta un tentativo di stabilire un asse militare o un blocco settario”, “né vuole essere una minaccia alla sicurezza di alcun paese della regione né tantomeno per Israele", sostiene Rayed Krimly, viceministro saudita per la diplomazia pubblica.Il rischio di un conflitto aperto tra i principali alleati regionali degli Stati Uniti, Israele e Turchia, è oggetto di dibattito sempre più acceso, ma viene considerato improbabile, nel contesto di una guerra che è solo di parole tra il leader israeliano e quello turco che hanno in comune la necessità di creare un nemico esterno per assecondare le rispettive basi elettorali. Dal punto di vista di Gerusalemme, si tratta comunque di uno sviluppo non positivo. Aggiunge una componente militare a un fronte politico che ha presentato una posizione fermamente anti israeliana. E’ inoltre motivo di preoccupazione poiché sia l’Arabia Saudita sia la Turchia stanno valutando la dimensione nucleare e hanno molto da guadagnare da una stretta cooperazione con il Pakistan.La firma di venerdì fa seguito all’annuncio della scorsa settimana, da parte dell’Arabia Saudita, di una coalizione per la difesa marittima del Mar Rosso, dello Stretto di Bab el Mandeb e del Golfo di Aden, denominata “Coalizione multinazionale per la difesa marittima”. Turchia e Pakistan sono stati tra i 14 paesi firmatari di un comunicato congiunto a Riad che ne annunciava la formazione. La coalizione si riunirà nuovamente il 12 e 13 agosto per definire il suo quadro istituzionale. Ad aprile, Islamabad ha schierato uno squadrone di aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea di fabbricazione cinese in una base saudita. La domanda immediata è se anche la Turchia schiererà forze, comprese unità navali, nella penisola arabica. Ciò amplierebbe la sua presenza militare già nel Corno d’Africa, dove ha la sua più grande base all’estero, in Somalia e un numero imprecisato di truppe di stanza in Qatar.Riad ha compiuto questo passo perché è consapevole di una sua crescente vulnerabilità di fronte al comportamento imprevedibile dell’Amministrazione Trump e dinanzi agli attacchi non solo dell’Iran e delle milizie sciite in Iraq, ma più recentemente anche dell’altro alleato di Teheran, gli houthi, che hanno ripreso a colpire il Regno e imposto un embargo sulle merci saudite in transito attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. Gli Stati Uniti, che hanno truppe sia in Turchia sia in Arabia Saudita, sono stati invitati ad aderire al gruppo del Mar Rosso, ma, come la maggior parte dei 51 paesi presenti nella lista degli invitati di Riad, non hanno ancora formalizzato una loro partecipazione. Resta una domanda: la Turchia e il Pakistan si impegnerebbero davvero in attacchi diretti contro gli houthi, scontrandosi così apertamente con l’Iran? La risposta è molto probabilmente un sonoro “no”, nonostante la clausola della difesa collettiva. Senza l’appoggio degli Stati Uniti, tali accordi tenderebbero a essere inefficaci soprattutto se dovessero rappresentare una minaccia per Israele. Questo potrebbe spiegare perché l’Egitto sia rimasto fuori dal patto, pur facendo parte del nascente “Quad”, gli “Accordi di Maometto” o “Nato araba”, con Riad, Ankara e Islamabad, nato per contrastare l’influenza emiratina e israeliana nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Il patto mira alla deterrenza e non all’aggressione, che è l’obiettivo dell’Arabia Saudita in questo momento. Per la Turchia e il Pakistan, il vantaggio principale è quello di proiettare potenza militare e di ricevere gli aiuti sauditi, alle prese con economie in difficoltà, senza esporre le proprie truppe al fuoco diretto. Sia il Pakistan sia la Turchia intrattengono solidi, seppur complessi, legami con Teheran, il che li rende improbabili obiettivi per nuovi e più intricati fronti di conflitto.
Limiti e obiettivi del patto di difesa fra Turchia, sauditi e Pakistan
L'accordo impegna i tre paesi alla difesa collettiva, riunendo il secondo esercito più grande della Nato. Non vi è alcun dubbio che il patto miri a contrastare l’influenza dell’Iran, ma dal punto di vista di Gerusalemme si tratta comunque di uno sviluppo non positivo










