In Italia, la siccità del 2015-2018 è costata 1,45 punti percentuali di crescita del Pil per abitante in meno (circa 24,3 miliardi di euro) e 330mila posti di lavoro. Quella del 2022 è stata anche peggiore, con 43 miliardi di taglio del Pil. In uno scenario più caldo di 2 °C rispetto al periodo pre-industriale, nel nostro Paese le perdite potrebbero salire a 3,99 punti percentuali (circa 74 miliardi di euro) e a 960mila posti di lavoro. Sono i numeri e le stime contenuti nella ricerca Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, condotta da ricercatori della Fondazione Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e Politecnico di Milano, con l’obiettivo di quantificare gli effetti economici degli eventi siccitosi, anche dopo la loro conclusione. L’esposizione prolungata a crisi idriche è infatti ciò che ha caratterizzato gli ultimi anni, e il nostro Paese, con l’Europa, sta affrontando un’altra estate di caldo estremo.
Agricoltura, manifattura ed edilizia, indica lo studio, sono tra i settori che pagano il prezzo più alto. Se la prima subisce il colpo immediato più forte, recupera tuttavia in due o tre anni grazie ad assicurazioni, aggiustamenti dei prezzi e cambio delle colture. Gli altri due settori invece prolungano le perdite per anni dopo l’inizio della siccità, a causa del concomitante blocco degli investimenti.










