I social come “public nuisance”, disturbo pubblico, paragonabili all’inquinamento ambientale di un’industria. Parole tratte dalla decisione di un giudice del New Mexico che ha imposto a Meta il pagamento di 567 milioni di dollari in un fondo destinato a tutelare la salute mentale dei minori. Una sentenza che segue la precedente di marzo che ha comminato a Meta una sanzione da 375 milioni di euro e che porta il totale a 942 milioni di dollari. Ma non è solo una questione di soldi e aule d’udienza, sono decisioni che raccontano qualcosa a livello sociale.Infatti, per anni il dibattito sulla responsabilità dei social network si è concentrato soprattutto sui contenuti: cosa rimuovere, chi deve controllare, fino a che punto una piattaforma possa essere chiamata a rispondere di ciò che pubblicano gli utenti. Ma questo caso, come altri mossi negli Usa e, riguardo al nostro continente, l’accusa di luglio della Commissione UE alla big tech, suggeriscono che il fulcro della questione si stia spostando. E il nuovo nodo della questione è considerare i danni ai minori non come una conseguenza accidentale di un ambiente digitale complesso, ma come un possibile effetto sistemico di architetture costruite attorno all’engagement, alla permanenza online e alla massimizzazione dell’attenzione.Non si tratta più, insomma, soltanto di quali contenuti circolano su Facebook e Instagram, ma quali effetti produce il modo in cui queste piattaforme sono progettate, quali comportamenti incentivano e quali costi trasferiscono sulla società.Indice degli argomenti
Condanna record a Meta, i social come "disturbo pubblico": ecco perché - Agenda Digitale
La condanna da 567 milioni di dollari stabilita da un giudice del New Mexico contro Meta sposta il dibattito dalla moderazione dei contenuti agli effetti sistemici delle piattaforme. Design, engagement, tutela dei minori e costi sociali entrano così al centro di un nuovo paradigma regolatorio










