La condanna della Shoah è diventata sentimento e dolore condivisi attraverso la letteratura, il cinema, i diari. “Mai più” è stato il monito su cui si sono fondati organismi internazionali, istituzioni giuridiche, trattati e convenzioni. Oggi questi stessi organismi hanno paventato un nuovo genocidio, lo hanno documentato, come accaduto con la Commissione Internazionale Indipendente di Inchiesta dell’Onu. Che a Gaza si stia perpetrando un genocidio lo ha pure denunciato uno tra i massimi esperti della Shoah, Omer Bartov (“Nell’Abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele”, Laterza; pp. 256; € 19). Centinaia di giornalisti palestinesi lo hanno testimoniato a costo della vita. Ed è proprio con le parole del giornalismo, della letteratura, dei diari dal cuore della Striscia di Gaza che la statistica di morti, feriti, edifici distrutti si fa corpo e sangue.È struggente la voce di Shrouq Aila, giornalista e regista pluripremiata, che in “Hanno ucciso habibi” (wetlands afterwords edizioni; pp. 96; € 15 traduzione di Anna Nadotti, postfazione di Maaza Mengiste) racconta del marito giornalista morto sulle sue ginocchia e della figlia neonata da proteggere tra continui sfollamenti. «Gaza è diventata una mappa del dolore», scrive Aila: «Per accendere un fuoco bruciamo plastica e mobili rotti. Cuciniamo sui detriti e respiriamo veleno». «Facciamo la fila per acqua che ci fa star male. Facciamo la fila per cibo che non ci sazia. Facciamo la fila per una speranza che non arriva mai». Così la regista ha preso la sua rabbia e l’ha trasformata in racconti. Due mesi dopo l’uccisione del marito è di nuovo per strada a documentare. Obiettivo: «Costringere il mondo ad essere testimone».Testimone della farina che gocciola sangue, quando l’esercito israeliano spara contro la gente nei centri di distribuzione degli aiuti. Testimone della disperazione di una donna che vede il suo bambino morire in terapia intensiva neonatale per via dei bombardamenti contro i generatori di corrente. Testimone di un uomo «pieno di dignità» che impazzisce dinanzi alla famiglia fatta a pezzi dal fuoco di un carrarmato in una delle presunte «strade sicure».Istanti che danno la misura della fatica, dello sfinimento, del senso radicale di perdita anche di se stessi sono al centro dei 18 racconti che la scrittrice palestinese Susan Abulhawa ha raccolto nei due workshop che è riuscita a tenere a Gaza durante l’assedio (“Ogni istante è una vita”, prefazione di Tomaso Montanari, postfazione di Viola Ardone, traduzione di Nabil Bey Salameh e Roberto Laghi. Fazi editore; pp. 144; € 15). Racconti scritti da ragazze e ragazzi sfollati dal Nord della Striscia, che fissano in parole ora aspre ora dolenti una vita ormai irriconoscibile. Dell’acqua «sterminata come le persone fino a diventare un fantasma», racconta “La schiuma della strada”, in cui il gesto più semplice, andare in bagno, lavarsi, diventa un’odissea, una frustrazione. A un amore inaspettato e doloroso dà voce, invece, il racconto “Ma’ruf”. Un amore per un neonato, unico sopravvissuto a un bombardamento, che il protagonista in fuga salva, nutre, dandogli un nome e un rifugio precario, per poi infine perderlo in un nuovo bombardamento.In tutte queste storie dominate dal ronzio dei droni, dal frastuono dei bombardamenti e dell’artiglieria, aleggia una domanda: «È davvero possibile che dopo questo genocidio ci sia un futuro?», una volta perduta ogni ragione di vita. E forse «la scrittura non serve che a questo, a non smarrirsi», scrive Viola Ardone.Proprio con questo spirito scrive il suo diario Ezideen Sheab “Diario di un giovane medico, appunti dal genocidio a Gaza” (Mimesis, traduzione di Morena Signorile, prefazione di Paola Caridi; pp. 162; € 16). Lo spirito di chi è costretto a misurarsi con l’indicibile. «È così che ci cancellano, non tutti in una volta, ma pezzo per pezzo», scrive Ezideen. E per non smarrirsi Ezideen ogni giorno affida le sue parole ai social, mentre una domanda lo tortura: «Come può il mondo restare a guardare tranquillo mentre un’intera generazione di palestinesi viene spazzata via?».Non farsi sopraffare, non cedere alla non speranza è l’imperativo di Ezideen che presta servizio in ospedale in turni estenuanti tra corpi feriti, mutilati, ustionati, anche quando sono esaurite le scorte di soluzione fisiologica: «Sale e acqua. Lo strumento più basilare della medicina. Senza di essi non possiamo idratare i malati, pulire una ferita o tenere in vita un bambino. Senza di essi le nostre mani non sono mani che guariscono. Sono mani che seppelliscono i vivi». Eppure Ezideen continua con gli altri medici sopravvissuti a curare in «un genocidio perpetrato contro la possibilità stessa della vita».«È passato un camion. Era vuoto. Il pianale era ricoperto da un sottile strato di polvere di farina… E poi li ho visti. Non ribelli. Non criminali. Bambini. Hanno corso come animali braccati verso quel camion. L’hanno scalato… hanno usato le mani. Le loro lingue. L’hanno leccata. Mi avete capito? Hanno leccato la polvere di farina dall’acciaio arrugginito». È la bestialità quella che il giovane medico teme di più, è l’uomo che sopraffà l’uomo pur di sopravvivere, per questo non smette mai un attimo di offrire le sue cure come un patto di umanità. Per questo non si stanca mai di chiedersi «Come siamo arrivati a questo punto? Come siamo diventati un popolo che il mondo non crede più pienamente umano?» e lo fa chiamando in causa ciascuno di noi perché, come dice Nabil Bey Salameh, «Gaza è una ferita che interroga la coscienza umana».
Gaza, voci dalle macerie
Testimoni del genocidio, raccontano la Striscia con le parole di ogni giorno, del giornalismo, della letteratura: “Ci cancellano pezzo per pezzo”. Una scrittric






