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Silvia M.C.Senette

Klaus Berger, presidente dell’Unione Albergatori dell’Alto Adige Hgv: «Il cliente internazionale è abituato a stanze freschissime»

Il mito delle notti alpine fresche e ristoratrici inizia a fare i conti con un clima drasticamente surriscaldato anche ben oltre quota mille. Sulle vette dell’Alto Adige, dove l’aria frizzante era un marchio di fabbrica, la calura estiva e l’aumento numerico delle giornate tropicali stanno imponendo una svolta strutturale all’hotellerie di fascia alta. L’esigenza nasce soprattutto dal nuovo profilo dei visitatori, con flussi internazionali sempre più consistenti che considerano la climatizzazione di camere e spazi comuni un requisito irrinunciabile per il proprio soggiorno.

Condizionatore oltre i 1200 metriA tracciare i confini del fenomeno è Klaus Berger, presidente dell’Unione Albergatori dell’Alto Adige Hgv: «Oltre i 1.600 metri non ho ancora certezza, ma sicuramente oltre i 1.200 metri chi lavora con clientela di lunga tratta guarda all’investimento sull’aria condizionata o lo ha già affrontato. Il cliente internazionale è abituato a stanze freschissime e strutture soprattutto di un certo livello, quattro e cinque stelle, si stanno attrezzando in diverse valli e zone turistiche». A richiedere refrigerio non sono solo i «soliti» americani. «Gli statunitensi sono abituati a temperature improponibili, soprattutto in un’epoca in cui l’ecosostenibilità è un diktat — anticipa Berger —, ma anche i clienti arabi e da tutto il Medio Oriente sono abituati a zone private e comuni con l’aria condizionata. In albergo si spiega al cliente che di notte in montagna fa fresco, basta aprire le finestre: il refrigerio e il silenzio sono assicurati. Ma ci sono hotel che, col prossimo rinnovo, installeranno l’aria condizionata».