Rassicura pensare che il diavolo se ne stia all’inferno. Invece corre, salta, si contorce, danza, strepita ovunque, come queste figure bianche sul nero di un nerissimo libro. Roger Ballen, però, ultimo erede dei grandi illustratori dell’Inferno di Dante Alighieri, non è una persona cupa. Dietro la sua scrivania di Johannesburg alcuni scaffali son pieni di pupazzi colorati. La sontuosa edizione del suo Inferno, col testo del poeta e le sue immagini, curato assieme a Marguerite Rossouw per l’editore italiano Postcart, è diventato anche mostra per la undicesima edizione di PhEST, festival internazionale di fotografia e arte in programma a Monopoli, in Puglia, dal 7 agosto al 1° novembre. Nato negli Usa ma portato decenni fa in Sudafrica dal lavoro di consulente minerario, Ballen è oggi, a 76 anni, uno dei maestri riconosciuti della fotografia internazionale, unico nel suo linguaggio che mescola da sempre l’apparenza documentaria alla visione simbolica e alla creazione fantastica.

Posso iniziare con una battuta? Era destino, per un geologo, scendere nelle viscere della terra…

«Qui in Sudafrica ci sono le miniere più profonde del pianeta. Non sto parlando di due o trecento metri, ma anche di duemila metri sottoterra. Le ho visitate diverse volte, e posso dire che quando hai due chilometri metri di roccia sopra la testa capisci cosa è l’Inferno».