«Il mio spirito combattivo è finalmente tornato. L’avevo perso per un po’. Mi ero abbattuta, ma adesso sta venendo fuori di nuovo, soprattutto grazie all’incoraggiamento dei miei figli». In pratica, una dichiarazione di guerra, anche se, sulle magnifiche labbra di Angelina Jolie, la frase, pronunciata in occasione del lancio di Couture, scritto e diretto da Alice Winocour, acquista un colore soave: «I miei figli – spiega - hanno ormai 18 anni o giù di lì, in questa fase vogliono vedermi viaggiare, uscire di casa e fare cose. Mi conoscono meglio di chiunque altro, mi spingono a riscoprire aspetti di me stessa che non mi sentivo così libera di esprimere». Il ritorno alla piena autonomia, dopo gli anni dedicati alla maternità e il tormentato divorzio da Brad Pitt, coincide con le prove da regista e da attrice, sempre a patto, però, che in ballo ci siano missioni da compiere: «Alice - dice parlando di Couture - è una regista meravigliosa, affronta storie di donne piene di speranze e sensibilità». Al centro del racconto, ambientato dietro le quinte di una scintillante Fashion Week parigina, la regista americana Maxine, una Jolie sorridente, molto presa dal lavoro, che, un giorno, mentre passa da una sartoria a un set fotografico, riceve la telefonata del medico (Vincent Lindon) che le annuncia un pessimo responso. Bisogna «mettere per un po’ la vita in pausa». La sfida rimanda all’esistenza reale dell’attrice che, come si sa, si è sottoposta nel 2013 a un intervento di mastectomia preventiva: «Il film – dichiara - non parla del rischio mortale, piuttosto si concentra sul rinnovato desiderio di vivere la vita fino all’ultimo respiro. Un concetto che, in questo periodo, sento molto vicino». Non a caso, di Couture (dal 26 agosto nei cinema), Jolie è produttrice oltre interprete: «Ho perso mia madre da ragazza – spiega - e non ho mai conosciuto mia nonna, forse per questo non ho mai provato la sensazione di avere davanti a me un lungo percorso esistenziale. Ho già superato l’età in cui a mia madre fu diagnosticata la malattia e certe volte mi è difficile vivere il presente perché mi sembra sempre di dover andare di fretta, come se il tempo a disposizione stesse per scadere». Nel dialogo cruciale con Lindon, quando Maxine gli chiede se morirà oppure no, c’è un frase che l’ha colpita: «Ho quasi cresciuto i miei figli preparandoli alla mia assenza, invece che preparando me stessa all’idea di diventare nonna. È quello che accade quando si vive pensando che la morte sia una realtà sempre presente». Accanto a Jolie e a Lindon, Ella Rumpf nei panni della truccatrice Angéle, Anyier Anei in quelli della modella Ada e Louis Garrel, direttore della fotografia, capace di starle accanto e di sostenerla: «Ognuno nel mio film – fa sapere la regista - ha bisogno di risolvere un nodo, un problema. Tra i personaggi esiste una solidarietà impalpabile, al di là delle età differenti, un legame di sorellanza nato dal caso e anche dalle difficoltà che, in ambiti diversi, hanno dovuto affrontare. Volevo che noi donne potessimo identificarci con il destino di ciascuna di loro, con il momento che stanno attraversando, con la necessità di prendere decisioni e con lo spirito di sopravvivenza. Come dice la signora, interpretata da Aurore Clement, che Maxine incontra in ospedale “non lasceremo che ci calpestino, non gliela daremo vinta”». In questa prospettiva il mondo della moda, con l’entusiasmo, la creatività, il culto dell’estetica, non è solo uno sfondo accattivante: «Mi interessava – chiarisce l’autrice - ciò che si nasconde dietro l’apparenza, il lavoro invisibile dietro la rappresentazione del femminile. In francese “coutures” significa punti di cucitura. Volevo che le cuciture del film creassero echi, rime e contrappunti, con inquadrature che si rispondessero a vicenda, come in una danza circolare. Il titolo indica anche le intenzioni estetiche del film, che vuol essere, appunto, un collage in cui le cuciture sono in bella mostra». Le stesse cuciture che, dal manichino al torace nudo di Jolie, evocano la potenza delle donne, capaci di essere mille cose insieme, fonte di desiderio, manifesto di bellezza, simbolo di resilienza: «Angelina – dice Winocour - è una star nel cuore del sistema hollywoodiano, ma è anche completamente emarginata, insofferente verso ogni forma di autorità. La amo tantissimo proprio per questa solitudine e diversità. Ho sempre ammirato il suo impegno, la sua franchezza e, al di là del clamore mediatico che la circonda, la sua purezza. Offrendole il ruolo di Maxine, ho voluto mostrare la fragilità nascosta dietro la sua forza».