Il rapporto tra Federico Fellini, il severissimo cardinale Siri e padre Arpa è una delle pagine più leggendarie del cinema genovese, ma anche del cinema italiano. Il suo culmine si ebbe quando padre Arpa, che aveva inventato il Cineforum dell’Arecco di piazza Manin, convinse il cardinale a vedere in proiezione privata una copia della “Dolce vita”, proprio mentre gli ambienti cattolici stavano massacrando il film, ottenendo da Sua Eminenza una sorta di assenso che definì “il sigillo della porpora”. In realtà, i rapporti tra padre Arpa, Fellini e lo stesso cardinale Siri furono molto più complessi e prolungati nel tempo, avvolti però da una serie di aneddoti in cui a volte si fatica a distinguere la verità dalla leggenda.
Un’occasione per chiarire molte cose si avrà sabato 8 agosto, quando alle 10 di mattina verrà a parlarne al Museo Diocesano don Renato Butera, docente all’Università Pontificia Salesiana, nel corso di un incontro intitolato “Quando Siri difese La dolce vita”. La conferenza si colloca all’interno della mostra su Fellini e il Sacro di cui don Butera è uno dei curatori, e che è aperta in questi giorni al Museo Diocesano di via Tommaso Reggio: una mostra sulla presenza del sacro e della religione all’interno dell’opera di Fellini, con una ventina di pannelli su scene famose come la statua di Cristo in volo su Roma (“La dolce vita”), il collegio religioso e l’incontro col cardinale (“8 e ½”), la sfilata degli abiti ecclesiastici in “Roma”, e tante altre sequenze da “La strada”, “Lo sceicco bianco”, “Il bidone”, fino a “La città delle donne” o “La voce della luna”. La militanza felliniana di Padre Arpa era cominciata già nel 1954, quando i due si erano conosciuti (pare su iniziativa di Brunello Rondi) e il gesuita dell’Arecco aveva ben presto organizzato una proiezione segreta del contestato “Le notti di Cabiria” di notte, in una sala dei vicoli, portandovi appunto il cardinale Siri che diede il suo celebre assenso.










