Federciclismo contro Lega professionisti
Mario Alberto Marchi
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Sanità, comuni, consorzi, autorità: il commissariamento è diventato la forma ordinaria con cui si riportano al centro i corpi intermedi che si muovono troppo. Il gesto d’autorità che riafferma la gerarchia che si sente violata. E il vizietto arriva fino allo sport. Nel nostro caso al ciclismo. Trecentomila euro di fatturato, e impegni di spesa per il doppio. Due anni dopo, sei milioni l’anno. In mezzo, i montepremi delle corse femminili portati alla pari con quelli maschili, dove prima il rapporto era di uno a cinque, un format nuovo come la Coppa Italia delle Regioni, gare create da zero. Il 20 luglio, quella gestione è stata commissariata. Per capire la storia servono due nomi. La Federazione ciclistica italiana governa l’intero movimento, dagli amatori ai professionisti. La Lega del Ciclismo Professionistico è l’organismo autonomo che si occupa dei soli professionisti e ne rappresenta gli interessi, come nel calcio e nel basket. I due enti stanno nello stesso stabile del Coni, a Milano.
La Lega era guidata da Roberto Pella, deputato di Forza Italia, già presidente facente funzioni dell’Anci, arrivato nell’aprile 2024 dopo — dettaglio da tenere a mente — una precedente gestione commissariale. Sono suoi i numeri d’apertura. Ed è suo il volto che il pubblico ha visto premiare Ganna e Vingegaard sul podio del Giro: il presidente di una lega diventato l’immagine del ciclismo italiano. Il presidente della Federazione, Cordiano Dagnoni, ha lamentato in pubblico le ingerenze della Lega. L’accusa formale riguarda i diritti televisivi. In Italia il ciclismo femminile non ha statuto professionistico — l’unico sport in cui le atlete lo hanno è il calcio — e sulla carta non rientra nelle competenze della Lega. Solo che dal 2023, quando la Lega era commissariata, i diritti ceduti alla Rai comprendono anche le corse delle donne. Prassi mai scritta né regolamentata, tollerata per anni. A giugno la Federazione la contesta e sospende la convenzione. Poi incarica tre consulenti di propria scelta di verificare i conti: il 15 luglio bussano alla porta della Lega e non apre nessuno. Cinque giorni dopo arriva il commissariamento per «ripetute e gravi violazioni delle norme federali». Il nuovo reggente è Mauro Capone, generale dei carabinieri. A questo punto entra in scena il testimone che nessuno si aspettava. La Lega ha due vicepresidenti: uno lo elegge la propria assemblea, l’altro lo indica la Federazione, ed è il modo in cui la Federazione siede dentro l’organismo che vigila. Quel secondo posto, da tre settimane, era di Marco Toni, ex sindaco di San Giuliano Milanese per il Pd. Un uomo della Federazione, e per giunta politicamente lontano dal forzista Pella.






