C’è un’espressione che sta entrando nel vocabolario degli economisti quasi quanto quella di inflazione da domanda o inflazione da costi: si chiama climaflation, e descrive l’aumento dei prezzi provocato non da un eccesso di consumi o da politiche monetarie espansive ma da un clima sempre più instabile che colpisce i raccolti prima ancora che gli scaffali dei supermercati. Il tema è uscito dai convegni scientifici per entrare nelle sale in cui si decidono i tassi di interesse: a fine luglio la presidente della Bce Christine Lagarde ha dichiarato che gli eventi climatici estremi potrebbero far salire i prezzi alimentari, sottolineando come questi effetti debbano ormai pesare nelle stime e nelle valutazioni della banca centrale sull’andamento dell’inflazione nell’area euro.

Il meccanismo economico alla base del fenomeno è relativamente lineare: ondate di calore, siccità prolungate e alluvioni riducono la produttività dei terreni agricoli, l’offerta di alcune materie prime si contrae mentre la domanda resta sostanzialmente invariata, e il prezzo si adegua verso l’alto lungo tutta la catena, dal campo alla tavola. A dare sostanza empirica a questa dinamica è arrivato uno studio pubblicato sulla rivista Nature, che analizzando oltre ventisettemila indici mensili dei prezzi al consumo in centoventuno Paesi ha mostrato come un aumento delle temperature produca un incremento significativo sia dell’inflazione alimentare sia di quella complessiva, con effetti capaci di persistere per almeno dodici mesi dopo lo shock iniziale. La Banca centrale europea, dal canto suo, ha stimato che un grado in più rispetto alla media storica mensile può tradursi in un rincaro dell’inflazione alimentare compreso tra 0,1 e 0,2 punti percentuali entro un anno, una cifra che sembra piccola ma che si somma, stagione dopo stagione, in un contesto di riscaldamento globale ormai strutturale. Gli effetti non sono un’ipotesi lontana: in Europa gli incendi hanno già devastato uliveti in Grecia, Italia e Portogallo, mentre il caldo estremo ha favorito la diffusione di parassiti e malattie e ha ridotto la dimensione stessa dei frutti, spingendo verso l’alto il prezzo dell’olio d’oliva in tutto il continente. Il quadro globale, secondo il rapporto SOCO 2026 della FAO, è ancora più complesso, perché il clima non agisce da solo: eventi meteorologici estremi si intrecciano con conflitti e crisi economiche, generando shock sistemici sul costo del cibo.