«Come immagina il Paradiso?». è sull’ultima domanda della serata in cui alla Festa di Avvenire di Lerici ha ricevuto il Premio Narducci che il cardinale Jean-Marc Aveline si commuove. In modo appena percettibile, ma le parole gli escono come distillate. Sarà perché è una tra le domande preparate dai bambini della Parrocchia di San Francesco, anima della Festa. Ma anche il pubblico sulla piazza del lungomare trattiene il fiato, ascoltandole: «Non ci ho mai pensato – risponde l’arcivescovo di Marsiglia –, ma penso che debba essere qualcosa di straordinario. Una volta ho sentito una frase: “Ci sono cose che possono essere viste solo da occhi che hanno pianto”. Anch’io ho attraversato esperienze difficili nella vita e penso che, quando i tuoi occhi hanno pianto, sei capace di vedere cose che gli altri non vedono, perché sei in grado di cogliere gli sforzi che ciascuno compie per affrontare le prove della vita. Ecco, credo che il Paradiso sia un luogo dove potremo vedere tutto perché i nostri occhi che hanno pianto a causa della vita e delle sue difficoltà saranno finalmente capaci di contemplare tutta la bellezza e tutta la bontà».Il profilo del cardinale Aveline risalta in questa risposta a un bambino, in fondo a una serata a parlare di dialogo, religioni, pace, giovani, migrazioni, Mediterraneo («il filo conduttore della mia vita»): tutti i grandi temi che l’hanno fatto conoscere come pastore e teologo, uomo dell’ascolto e di finezza interiore, profondo e amabile.Nato nel 1958 nell’attuale Algeria, in un’oasi alle porte del Sahara, famiglia francese emigrata in Africa, a 4 anni è già profugo. I moti indipendentisti cacciano i “colonizzatori” («ma noi eravano integrati da generazioni...») e gli fanno sperimentare in Francia la dura vita dei “pieds-noir”, i francesi d’Algeria, fuggiti dalla “loro” Africa ma estranei in patria. L’intervista nella serata di Lerici in riva al mare inizia da qui.Eminenza, cosa ha significato per lei questa esperienza di migrante?In Africa eravamo francesi tra i futuri algerini, la mia famiglia non faceva certo parte dei ricchi coloni: i nonni erano emigrati per cercare lavoro, quando le migrazioni erano dal Nord al Sud. Poi siamo stati costretti a lasciare tutto per andare in Francia, dove non eravamo mai stati. Questa è la mia storia, ma non solo la mia: è la storia di molte persone che hanno lasciato il loro Paese, ed è una storia che segna il cuore. Penso che non bisogna dimenticarlo, perché oggi ci sono molte persone che lasciano il proprio Paese a causa della siccità, delle carestie, per ragioni economiche, o perché chi governa i loro Paesi è corrotto. Avendo vissuto la loro stessa esperienza, sono particolarmente sensibile a questo aspetto.Il cardinale Aveline (foto Siciliani)I migranti spesso sono considerati come un problema da controllare rimuovendo il fatto che sono persone in cerca di futuro. Lei è vescovo in una città multietnica come Marsiglia. Come va gestito il fenomeno migratorio perché non susciti reazioni di difesa e di intolleranza nei Paesi di destinazione?Papa Francesco diceva che bisogna accogliere con dignità le persone che emigrano, ma che l’ideale sarebbe che nessuno fosse costretto a emigrare. Vorrei che lo ricordassimo sempre: ciascuno deve avere ragioni per sperare che la vita possa migliorare lì dove vive, nel proprio Paese. Una volta arrivati da noi, le cose possono cambiare se si presta attenzione a ogni singola persona. Appena arrivato a Lerici ho ricevuto una telefonata dalla Caritas di Marsiglia: mi avvertivano che la prefettura di Marsiglia stava per sfrattare diverse famiglie con bambini che si sarebbero ritrovate per strada, e mi chiedevano di provare a intervenire per impedirlo. Al prefetto ho mandato un messaggio per dirgli che capisco le esigenze e le difficoltà dello Stato ma che facciano attenzione alle persone, ai bambini, ai disabili. Solo quando si conosce una persona, e ci si prende cura di lei in modo concreto, le cose possono cambiare. Questo possiamo farlo tutti. La vicinanza personale è decisiva, altrimenti ci si ferma alle idee.Come nasce la sua sensibilità per il dialogo tra le religioni?Sono diventato sacerdote nel 1984, poi professore al seminario di Marsiglia. Insegnavo teologia dogmatica e cristologia, non mi interessavo di religioni o di questioni mediterranee. L’arcivescovo di Marsiglia di allora, il cardinale Coffy, ispirato dal Concilio, mi disse di creare un centro di teologia in diocesi. Ci riflettei, consultai amici, sacerdoti e altre persone, e proposi a Coffy: “Se vuole fare qualcosa di interessante bisogna lavorare sulle domande che la pluralità delle religioni pone alla fede cristiana”. A Marsiglia il territorio della diocesi conta circa un milione di abitanti. Di questi 200mila sono musulmani, la maggior parte dalle Isole Comore, vicino al Madagascar. Poi ci sono algerini, marocchini, tunisini, e anche persone dell’Africa subsahariana. Ma ci sono anche 80mila ebrei, la terza comunità ebraica d’Europa, e numerosi buddisti arrivati dopo le diverse crisi del sud-est asiatico, da Vietnam e Cambogia. Non dimentico poi i 90mila armeni arrivati al tempo del genocidio, e i 15mila maroniti da Libano e Siria. Marsiglia è un vero laboratorio religioso, che pone una grande questione teologica: come fare ad accogliere tante presenze così diverse? Non siamo noi a inventare la pluralità delle religioni, né il fatto che ogni religione ritenga legittimamente di possedere la verità. Come accogliere tutto ciò e testimoniare la fede cristiana? Quali domande pone alla fede cristiana? Ho dovuto lavorare su questioni alle quali non mi ero mai veramente interessato, e il Mediterraneo, che per me aveva già una dimensione esistenziale, ha iniziato ad assumere anche una dimensione teologica. C’è stato un tempo in cui si pensava che, poco a poco, tutti sarebbero diventati cristiani. Poi è arrivato il tempo della scoperta delle religioni. E oggi, a causa della mobilità umana, scopriamo la pluralità religiosa delle persone che vivono accanto a noi, che credono diversamente da noi e che interrogano il nostro modo di credere e i legami che possiamo avere con loro.Cosa conta davvero nel rapporto con le altre presenze religiose?La prima è l’esperienza della condivisione della condizione umana. Mia sorella morì per un tumore a 48 anni: quando andavo a trovarla, nella stanza accanto c’era un uomo musulmano con la moglie che lo assisteva. Vedendomi arrivare, la donna mi chiese di entrare nella loro stanza e mi disse: “Non abbiamo la stessa religione, ma se lei recita una preghiera le saremo molto grati”. Da alcuni anni Marsiglia accoglie molti giovani attorno ai vent’anni, studenti che vengono per un periodo più o meno lungo. Vivono in piccole comunità e svolgono attività di sostegno scolastico nei quartieri poveri di Marsiglia, spesso tra i musulmani. Arrivano con le loro idee sui musulmani, e se ne ripartono con amici musulmani. E questo cambia tutto.Un'immagine molto cara a cardinale Aveline, che l'ha voluta condividere con Avvenire: lo ritrae con i suoi genitori a Roma nel giorno dell'imposizione della berretta cardinalizia da parte di papa Francesco, il 27 agosto 2022Qual è il cuore del dialogo?Nel Credo che recitiamo ogni domenica c’è la vocazione della Chiesa alla cattolicità. Spesso dico: se fossi nato in Cina sarei stato confuciano, in Giappone shintoista... La cattolicità della Chiesa significa riconoscere il desiderio di Dio nel cuore di donne e uomini di ogni religione. E proprio a causa della cattolicità della Chiesa so che questo desiderio, l’immagine e somiglianza di Dio presente in ogni persona, ha una relazione con il mistero pasquale. Il Vaticano II afferma che noi crediamo che lo Spirito Santo offra a tutti, in un modo che solo Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale. Noi crediamo in Cristo, e per noi Cristo è l’unico salvatore del mondo, di tutti i credenti di ogni religione, anche di coloro che non credono, anche di chi non lo conosce. Posso osservare, nel modo in cui uomini e donne cercano di alimentare in sé il gusto di Dio, qualcosa dell’azione dello Spirito.Lei coltiva e promuove l’idea del Mediterraneo come mare che unisce le sue sponde con le civiltà e le religioni che vi si affacciano. Ma oggi sembra che queste presenze si stiano allontanando...Ero presente al primo incontro dei vescovi del Mediterraneo a Bari nel febbraio 2020, promosso dalla Conferenza episcopale italiana con l’allora presidente cardinale Bassetti. Fu magnifico, la Chiesa italiana ebbe davvero una splendida intuizione. Fu la prima volta che ci incontrammo tra una cinquantina di vescovi di diocesi unite dallo stesso mare. Percepivo il bisogno dei miei confratelli, e anche il mio, di poter raccontare agli altri ciò che ciascuno stava vivendo. È lì che ho compreso fino in fondo che il dialogo non si impone: è un’esperienza che può crescere, ma le occorre tempo. Non uso molto la parola “dialogo”, preferisco “relazione”: è quando si sono tessute buone relazioni che si può arrivare al dialogo, perché è un traguardo impegnativo, non il punto di partenza. L’esperienza di Bari poi è proseguita e cresciuta due anni dopo a Firenze: ispirandosi a Giorgio La Pira e alla sua visione del Mediterraneo, Bassetti aveva invitato anche i sindaci delle città costiere. Nel settembre 2023 ho preso io l’iniziativa di invitare i vescovi provenienti dalle rive del Mediterraneo, pensando di allargare l’invito ai giovani di qualunque credo religioso, con due condizioni. La prima: dovevano essere impegnati in una delle grandi sfide del Mediterraneo di oggi, come le migrazioni, l’ambiente, l’economia, o la pace. La seconda: che fossero disposti a lavorare con noi vescovi cattolici al servizio dei popoli del Mediterraneo. Fu un incontro straordinario. C’erano giovani che non si sarebbero mai incontrati, divisi da tutto, e invece erano lì insieme, con i vescovi, e con il papa Francesco, che volle partecipare. Lì abbiamo capito che una delle grandi sfide del Mediterraneo è avere fiducia nei giovani. Poi a Marsiglia abbiamo dato vita al viaggio della “Bel Espoir”, il veliero che lo scorso anno con a bordo duecento giovani di ogni provenienza mediterranea, in equipaggi a rotazione, ha toccato trenta porti delle cinque sponde. Su proposta di papa Leone, che ha voluto salire a bordo, sono approdati anche a Ostia per un momento indimenticabile. Con questa esperienza abbiamo voluto inviare un messaggio di fiducia nella gioventù del Mediterraneo; una gioventù numerosa, che soffre per gli ostacoli al suo desiderio di movimento, che ha sete di comprendere, di vivere nella pace e nella verità, senza più regimi corrotti. Bisogna assecondare lo slancio dei giovani con tutte le possibilità istituzionali che possiamo attivare, per rendere realistico il rinnovamento della storia mediterranea: una storia attraversata oggi da crisi molto gravi ma portatrice di molta speranza.Proprio la speranza, nel clima cupo di guerre e di violenze nel quale siamo immersi, sembra venir meno. Cosa possiamo fare per non scoraggiarci ed essere – come ha proposto la Festa di Avvenire a Lerici – “artigiani di pace”?La società nella quale viviamo è molto anestetizzata, penso che oggi sia anzitutto necessario risvegliare coscienze e ricordare che siamo liberi. L’afflusso continuo di informazioni e i social network, che pure hanno aspetti positivi, finiscono per farci credere che non abbia senso sperare. Ma noi siamo liberi: di dire sì a una cosa e no a un’altra, possiamo resistere al modo in cui oggi rischiamo di essere strumentalizzati, modellati, formattati. Bisogna ritrovare il cammino dell’interiorità e, con esso, si ritrova anche quello della libertà. E la libertà è l’inizio della resistenza. La fede cristiana oggi ha molto a che vedere con la resistenza: non si tratta del martirio dei primi secoli, ma della resistenza all’anestesia delle coscienze che ci fa perdere la forza di credere, di essere liberi. E di scegliere. Come dice san Paolo, avete ricevuto uno spirito che vi rende persone libere.Il prossimo sarà un anno elettorale in Francia, come anche in Italia. La Chiesa francese come vuole contribuire a partecipare e scegliere in un clima di dialogo e non di scontro?Il nostro intento è di aiutare le persone a concentrarsi sulla sostanza delle grandi questioni. Un comitato istituito dalla Conferenza dei vescovi di Francia sta attualmente selezionando i temi principali, sui quali pubblicherà poi, ogni mese fino alle elezioni, un documento per stimolare la riflessione di tutti, proponendo anche un gesto simbolico legato ciascun tema.La Chiesa francese sta conoscendo il fenomeno dei catecumeni, in rapida crescita: persone che ritrovano da adulte la strada della fede cristiana. Come lo spiega?Osserviamo da cinque-sei anni il fenomeno, inatteso, di persone che chiedono il Battesimo e la Confermazione. Sono giovani adulti, tra i 25 e i 35 anni, ma ora anche liceali, tra i 16 e i 18. All’inizio abbiamo pensato a un anno un po’ speciale, ma ora la cosa sta crescendo di anno in anno. Nel 2025 sono stati 21mila in tutta la Francia, l’anno precedente 17mila e prima ancora 15mila. Le stime sul 2026 parlano di una ulteriore crescita. Non si tratta quindi di un fuoco di paglia. C’è la tentazione di essere fieri di queste cifre, persino confrontandoci tra diocesi, chi ne ha di più o di meno, è umano. Il vaccino contro questa tentazione è renderci conto che i cammini attraverso i quali questi giovani sono arrivati non sono quelli che avevamo preparato per loro. Noi abbiamo allestito il cammino per arrivare alla porta, ma sono entrati dalla finestra. Dobbiamo cooperare con lo Spirito Santo, è lui che prepara questi percorsi.E come si fa?Dobbiamo ascoltare e riflettere sulle strade che hanno seguito per arrivare. Ci sono alcune costanti. La prima è che spesso c’è un evento nella loro vita che li scuote, un lutto, una malattia, un dramma familiare, una delusione personale, e da qui scaturisce una domanda. La seconda è l’incontro con persone della loro età che sono credenti: una testimonianza che spesso è molto discreta ma che poi, quando la avvicinano per qualche motivo, dà origine a incontri molto significativi. Una sera ero in visita pastorale nei quartieri nord di Marsiglia, i più poveri, e in un incontro con un gruppo di giovani adulti una persona ha raccontato di aver invitato a partecipare una collega non credente, e lei a sua volta ne aveva invitata un’altra: da uno sono diventati tre. Questo episodio mi ha ricordato gli Atti degli Apostoli e gli inizi della Chiesa, con l’invito a “venire e vedere” da una persona all’altra. Spesso tra i motivi del riavvicinamento si vede anche il bisogno di pace, di un punto di riferimento in una società liquida, in cui la vita pubblica mostra tante fragilità. In una lettera una persona mi raccontava di essere passata ogni giorno nel percorso verso l’ufficio davanti a una chiesa, e di aver sentito una volta il bisogno di entrare e di fermarsi: in quel silenzio ha trovato il senso di pace che cercava, così ha cominciato a fermarsi ogni giorno scoprendo che quella pace cominciava a far parte della sua vita e a farlo sentire meglio. Quando poi una volta ha trovato la celebrazione della comunità si è fermato con loro, e da lì ha iniziato il suo percorso. Infine, c’è chi ha amici musulmani che pregano e vivono il Ramadan, e questo li interpella spingendoli a chiedersi cosa significa per loro essere cristiani. Non sapendo come rispondere cercano su Internet chiedendo le cose più elementari sulle pratiche religiose cristiane. Così mi è successo alla Messa delle Ceneri di trovarmi la chiesa piena di giovani, interrogati dal modo in cui i loro amici islamici vivono il tempo del digiuno e della penitenza. Riscoprono la loro identità cristiana attraverso la testimonianza dei musulmani. Tutto questo crea un movimento pastoralmente molto interessante, che adesso è la sfida per la Chiesa, e chiede una risposta. Chi arriva è fragile e ha bisogno di mettere radici nel Vangelo. Si vede che c’è un’aspirazione seria e profonda, perché parte dalla vita.Cosa sta dicendo alla Chiesa questo fenomeno?Non dimentichiamo mai che la missione della Chiesa è cooperare con lo Spirito Santo, che ci sorprende sempre proprio mentre facciamo tutti i nostri programmi. Un altro aspetto importante è l’attenzione da dare nelle comunità cristiane alle relazioni tra le persone, per vivere a fondo la testimonianza curando la vita comunitaria. Una terza grande sfida è la formazione all’intelligenza della fede: a volte questi percorsi partono da una forte emozione, ma poi c’è la necessità di entrare nel mistero della fede, in ciò che la rende originale, nel senso della cattolicità. Le diocesi dell’Ile-de-France hanno creato un’assemblea che lavorerà per tre anni su questo tema, e le altre diocesi francesi potranno mandare un delegato per seguire i lavori. A Marsiglia abbiamo costituito un consiglio diocesano dei neòfiti, cioè i catecumeni battezzati, che hanno bisogno di molta, molta formazione.In Francia sta per arrivare il Papa. Cosa si attende dalla sua visita?Sarà un’occasione di rinnovamento nella fede. Il Papa incontrerà, tra l’altro, i catecumeni: sarà certamente un incoraggiamento per una Chiesa che scopre nuovi percorsi di fede. La Chiesa francese ha conosciuto una forte secolarizzazione, e ora c’è qualcosa di nuovo in azione. Ma lo Spirito Santo può agire solo se restiamo umili e ci facciamo carico delle sfide che abbiamo davanti. Insisto molto sul creare legami forti tra la fede e la vita, come ci insegna Madeleine Delbrêl, per evitare che lo slancio di chi arriva alla fede ed è molto motivato resti in superficie. Solo così nascono percorsi destinati a durare a lungo.
Il risveglio della fede in Francia, il cristianesimo come resistenza, le religioni, la salvezza: parla il cardinale Aveline
L’arcivescovo di Marsiglia e presidente dei vescovi francesi si racconta in un’ampia intervista alla Festa di Avvenire a Lerici, dove ha ricevuto il Premio Narducci intitolato a un grande direttore del quotidiano negli anni del post-Concilio














