Il nuovo ruolo attribuito alla Difesa nel cyberspazio riconosce che le ostilità possono svilupparsi anche sotto la soglia del conflitto, ma lascia irrisolto il nodo più delicato. Il disegno di legge non chiarisce infatti fin dove possano spingersi le operazioni cibernetiche difensive, soprattutto quando occorre intervenire oltre il perimetro militare per interrompere una minaccia. Senza regole precise su autorizzazioni, responsabilità e limiti, il rischio è affidare allo strumento militare un compito che non può esercitare fino in fondo. L’analisi di Stefano Mele, avvocato, partner dello studio legale Gianni &Origoni e presidente della commissione Sicurezza cibernetica del Comitato atlantico italiano

Nel cyberspazio la pace non coincide con l’assenza di ostilità, perché gli Stati possono penetrare le reti di un avversario, mantenervi accessi persistenti e predisporre un sabotaggio prima che la crisi diventi politicamente o militarmente riconoscibile. Quando l’attacco cyber emerge, una parte decisiva dell’operazione potrebbe essersi già svolta. È a questa realtà che prova a rispondere l’articolo 7 dello schema di disegno di legge per il rafforzamento della capacità di difesa nazionale, riconoscendo alla Difesa un ruolo nel cyberspazio anche in tempo di pace.