Wine of Babylon, il Basquiat da venti milioni, non tornerà mai in Italia: risulta a questo giornale che sia già stato venduto, a una famiglia facoltosa asiatica, per una cifra vicina al valore ipotizzato da anni. E a incassarne il valore non sarebbe una casa d’aste né un intermediario, ma l’uomo che il titolo di proprietà se l’è conquistato in tribunale, un grado dopo l’altro, per un decennio e mezzo: Giovanni Nappi, l’avvocato storico di Vittorio Cecchi Gori, che nel 2010 si era fatto cedere l’opera in pagamento di due milioni di euro di parcelle mai saldate.
Il quadro, secondo gli atti dell’indagine della procura di Roma e la ricostruzione che per primo fece il Fatto Quotidiano, non è mai stato a Los Angeles, come scritto altrove: è rimasto sedici anni in un deposito di Miami – intestato a Rita Rusic, ex moglie di Cecchi Gori – dove era arrivato clandestinamente nel 2015 dentro un container, senza alcuna dichiarazione doganale. Un’esportazione illecita che si somma ai reati già contestati – tentata estorsione, autoriciclaggio, mancata esecuzione di un provvedimento del giudice – e che spiega anche il secondo fascicolo aperto a Roma, per ricettazione.
Non compare nel National Stolen Art File dell’FBI, la banca dati americana delle opere rubate: chi lo cercava doveva rivolgersi altrove. Nella banca dati Interpol, invece, risulta ancora oggi segnalato come rubato. La cancellazione tocca a chi lo ha denunciato, cioè proprio a Nappi, che dovrà fare anche questo, dopo aver lavorato su un doppio binario. Da una parte avendo sollecitato l’indagine degli inquirenti, supportati dal Nucleo Tutela Patrimonio di Roma, che intercettando le chat di Rusic avevano già messo a fuoco la “pista americana”; dall’altra avendo condotto una vera e propria ricerca privata, con tanto di taglia da un milione di dollari messa nel 2024 proprio da Nappi, che evidentemente ha dato i suoi frutti






