Nell’estate del 1990, la prima estate libera, con il Muro di Berlino finalmente riverso al suolo e dietro a lui, come quando viene giù un castello di carte, tutta la dannata Cortina di Ferro, per andare a Praga ci voleva ancora il visto, come per l’India o gli Stati Uniti. Eppure era lì, a un tiro di schioppo da Vienna, a giudicare dalla carta geografica. Gli impiegati dell’ambasciata in via della Camilluccia, all’estremo confine settentrionale e residenziale di Roma, erano gentili e incoraggianti: nulla di meno « kafkiano », insomma, di quelle blande formalità.
C’era poca fila, niente a che vedere con le orde di idioti ubriachi che si sarebbero abbattute sulla città in futuro, facendone una specie di asfissiante Venezia senza mare tollerabile solo fuori stagione. Certo, ci si poteva andare anche prima: Praga era tutt’altro che una “città proibita” durante i vent’anni e passa dell’occupazione sovietica. Ma quelli nei Paesi del Patto di Varsavia, come si diceva comunemente allora, non erano mai viaggi completamente felici. Piccole angherie deliberate non mancavano mai, in entrata o in uscita, giusto per ricordarti chi comandava, con dosi variabili di criminalità, demenza, incompetenza. E poi, qualunque cosa facessi, anche la più innocente, la facevi con l’idea fissa che qualcuno stesse lì a spiarti, a riferire. Non era vero al cento per cento, ma così verosimile che finivi comunque per rigare dritto, perché la vaga e irrazionale sensazione di essere sempre sul punto di commettere un errore è il più efficace ed economico strumento di controllo orwelliano.







