Roma, 13 giu. (askanews) – Ogni tanto fa bene fare un viaggio ai confini (esterni) dell’Europa: aiuta a capire come oggi guardano all’Ue popolazioni che sperano in un futuro migliore. Che probabilmente è come guardavano alla nuova costruzione continentale anche i cittadini dei Paesi fondatori, i quali oggi non di rado – invece – provano sentimenti di indifferenza se non di vera e propria avversione per l’Ue. In questo caso l’occasione per una breve visita “euro-rigenerante” è stata data da tre giorni passati a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, città ancora segnata dalle ferite della guerra sulle persone, gli edifici, la società nel suo insieme.
L’assedio di Sarajevo è stato il più lungo nella storia della guerra moderna: 1.425 giorni dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. L’esercito popolare jugoslavo e le forze serbo-bosniache circondarono la città tenendola sotto tiro dalle colline con bombardamenti e fuoco di cecchini che causarono oltre 11.000 morti, inclusi più di 1.600 bambini. In tutta la Bosnia la guerra ha causato oltre 100 mila morti e più di 2 milioni di rifugiati e sfollati, con crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Nel solo genocidio di Srebrenica (luglio 1995) furono trucidati oltre 8.300 uomini e ragazzi bosgnacchi (musulmani). Il conflitto terminò nel 1995, dopo i bombardamenti della Nato contro l’esercito serbo, con gli Accordi di Dayton (21 novembre 1995) poi formalmente firmati a Parigi il 14 dicembre.










