«Sapevo che mio padre era lì, oltre la frontiera. L'ho deluso, ho deciso di tornare indietro volontariamente, con uno dei bus della polizia». Alì, 16 anni, l'apprendista pasticcere che aveva raccontato all'ANSA di essere riuscito a entrare a Ceuta, la notte tra il 29 e il 30 luglio, con la marea di migranti che con lui sono arrivati via mare, oggi è a Marrakech. Ha ripreso il suo posto, in uno dei ristoranti italiani in città, ha impastato i lievitati e mentre quelli crescono, in cucina, si siede al tavolo e racconta la sua avventura, tra vergogna e rimpianto.

Per le statistiche del Ministero degli Interni ora è uno dei 25mila che alle 13 del 31 luglio sono tornati indietro, ossia 150 persone al minuto. Molte altre hanno ripercorso la strada a ritroso, nelle ore successive. Alcune sono disperse, altre sono ancora là.

Perché hai deciso di tornare? «Te l'ho detto, è 'spumà' (vergogna in arabo), ho deluso mio padre: non se lo merita, mi ha rincorso, è venuto a cercarmi fino alle porte di Septa (Ceuta in arabo). Da quando mi sono fatto vivo per dirgli che ero lì, non ha smesso di telefonarmi, di mandarmi messaggi. Aveva paura che morissi, aveva ragione, sono stato avventato, non ho riflettuto abbastanza. Appena ho saputo che a Septa lasciavano entrare, sono scappato di fretta e furia, con mio cugino Said. Lui non è tornato, credo sia ancora a Ceuta, ma non sono più in contatto con lui, ho io il suo telefono. Quando ci siamo salutati, mi ha detto che voleva provare a rimanere lì, mi ha dato il cellulare per non farsi rintracciare».