ROMA - Era un martedì, come oggi, quel 4 agosto di sei anni fa, quando alle 18.07, un boato mostruoso e mai sentito prima, mozzò il fiato di centinaia di migliaia di cittadini di Beirut. Erano appena esplose 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio. Saltò in aria il porto della capitale e una intera zona della città. Alla fine, si contarono 235 morti, 7200 feriti, 77.000 appartamenti sbriciolati, che costrinsero quasi 300.000 persone ad abbandonare le proprie case.

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La sciagura” nel Paese del “Non si sa mai”. La catastrofe distrusse infrastrutture cruciali in mezza città, compresi i silos pieni di grano che si trovavano nell’area portuale. Le indagini che seguirono quella che non tutti considerano ancora una “semplice sciagura” – stando ai resoconti di alcune organizzazioni umanitarie – non hanno ancora portato alla scoperta dei responsabili. E questo soprattutto per le ataviche divisioni politiche, che dominano lo Stato mediorientale, non a caso soprannominato “Il Paese del non si sa mai”.

Le omertà, i silenzi della burocrazia statale e dei politici. E’ apparso chiaro a molti, dunque, che la tragedia fu, prima di tutto, la conseguenza dell’omertà, dei silenzi delle istituzioni, che all’epoca rispondevano ad uno dei governi al potere, normalmente retti da un equilibrio “miracoloso”. Nei vari livelli dell’apparato statale, insomma, burocrati e politici sapevano di quella anomalia minacciosa, della presenza del deposito micidiale di nitrato di ammonio, che sarebbe potuto esplodere da un momento all’altro. Ma hanno taciuto, per negligenza? Per vigliaccheria? O per cos’altro? Ancora non è dato sapere.