L’Ucraina, insomma, non è più soltanto un dossier di politica estera. È il terreno sul quale si decideranno gli equilibri futuri del centrosinistra italiano. E, forse, prima ancora quelli del Partito democratico. Il commento di Salvatore Di Bartolo
C’è una differenza sostanziale tra una coalizione che discute di tasse, welfare o politica industriale e una che si divide sulla politica estera. Le prime sono divergenze fisiologiche. La seconda riguarda l’identità. È questo il motivo per cui la questione ucraina rischia di diventare il vero punto di rottura del centrosinistra italiano. Non soltanto nei rapporti tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, ma anche all’interno dello stesso Pd.
Le ultime uscite di Giuseppe Conte rappresentano infatti un ulteriore salto politico. Chiedere di affidare alle primarie della coalizione la scelta della linea sull’Ucraina significa trasformare una delle decisioni più rilevanti della collocazione internazionale dell’Italia in un tema di competizione interna e di consenso elettorale. È un’impostazione che presuppone che il sostegno a Kyiv non costituisca un pilastro della politica estera italiana, bensì una variabile negoziabile.
La reazione più netta è arrivata dall’area riformista. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e ormai fuori dalla galassia dem, ha parlato apertamente dell’ingenuità di Elly Schlein nel continuare a ritenere praticabile un’alleanza con chi considera ormai marginale la difesa dell’Ucraina. L’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha adottato toni meno polemici, ma altrettanto espliciti, sostenendo che Conte stia esasperando lo scontro e che sia arrivato il momento di chiarire quale debba essere il perimetro dell’alleanza.













