Un mondo non migliore o peggiore, ma diverso. In cui i piloti “guidavano col culo, perché il fondoschiena era il primo sensore, il radar che captava ogni vibrazione, ogni perdita di aderenza della macchina. In cui il contatto radio con i box non c’era e quando ha cominciato a esserci non funzionava mai, in cui per frenare bisognava tirare dei pestoni sul pedale e tutto il peso della monoposto in velocità si scaricava sul volante e, quindi, sulle braccia”.
Di quel mondo – in cui, livello tecnologico molto più basso a parte, i piloti non vivevano dentro una bolla e nelle pause ci poteva scappare un partitella a calcio a due passi dai box o in caso di “divergenze” venire persino alle mani – faceva parte Riccardo Patrese, che dal 1977 per 15 anni ha gareggiato in F1 con colleghi come Michael Schumacher, Niki Lauda, Alain Prost e Ayrton Senna. Protagonisti, gli ultimi due, di alcuni dei duelli più memorabili del tempo e di un leggendario “sgarbo” a 250 chilometri all’ora che nella F1 di oggi sarebbero inconcepibili. “Quando non era al volante Ayrton era molto cordiale, affabile. Negli anni, era capitato di andare a cena insieme, ma non erano mancate anche parecchie discussioni e “sgomitate” con la macchina durante le gare. Con lui c’era poco da discutere perché aveva sempre ragione e in pista era piuttosto prepotente. L’incidente del 1990 quando, convinto di essere stato sabotato l’anno prima da Prost, alla prima curva del circuito di Suzuka gli andò contro apposta – lo ha dichiarato dopo lui stesso – oltre che essere eticamente sbagliato, adesso che vige il politically correct e che le sfide tra i piloti vengono disincentivate con le penalità, gli sarebbe costata la licenza a vita”. Aggiunge: “Di Senna si diceva che mentre guidava parlava con Dio. Non so se sia vero, ma so che era molto credente e che prima di quel weekend tragico del 1994 a Imola aveva avuto una premonizione ed era molto preoccupato”. Il 30 aprile, sabato, durante le qualifiche era morto il pilota austriaco Roland Ratzenberger, il giorno dopo c’era stato l’incidente di Senna. “Mi offrirono di prendere il suo posto, ma io da qualche tempo cominciavo ad avere parecchi dubbi. Molti miei compagni avevano perso la vita, io stesso avevo fatto tantissimi incidenti e mi era sempre andata bene. Quando sei giovane pensi: “A me non può succedere” e vai avanti. A 40 mi sono detto: “Se non mi sento più sicuro non avrò la determinazione che serve. Perché il piede viene su da solo””.






