C’è un aggettivo che identifica il carattere del popolo portoghese, meglio di ogni altro: Petisqueiro.Il protagonista di questo rito ha un nome che i portoghesi difendono con orgoglio: non tapas, ma petiscos! Sull'origine della parola "petisco" i dizionari portoghesi si arrendono, parlando di etimologia oscura. L'ipotesi più diffusa la lega al verbo petiscar (spiluccare) derivato forse dal latino pitiscare, ovvero "bere a piccoli sorsi". Il petisco è una porzione piccola e saporita, pensata per essere condivisa prima o al posto del pasto principale e serve, dicono a Lisbona, per "enganar a fome", ingannare la fame.

Pigmeu (foto Joana Freitas)

Non ha una traduzione univoca: nei menu compare come entrada, aperitivo o snack, ma nessuna di queste parole rende la sua funzione più importante, che è sociale prima che gastronomica. La regola è la condivisione: si ordinano due o tre piatti alla volta, si assaggia, si commenta, se ne ordinano altri. Nei bairros più antichi di Alfama, Mouraria, Cais do Sodré il petisco si mangia in piedi, al banco, servito su un piatto d'ottone, mentre nelle case di fado vadio, le tipiche taverne dove si canta il fado, si spiluccano tremoços e queijo da Serra mentre sul palco va in scena la saudade. Arrivare al tavolo con l'intero menu già ordinato è un insulto al galateo: il petisco richiede tempo, non velocità. Ma attenzione al couvert. Nei locali pane, olive e burro che trovate spesso prima ancora di ordinare: per legge portoghese (Decreto-Lei 10/2015) non sono gratuiti, ma vanno pagati se consumati. Se non li si desiderano, basta chiedere al cameriere di portarli via prima di assaggiarli.