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Cristina Ravanelli

È stato pubblicato su Nature Medicine il primo algoritmo europeo per la terapia farmacologica. «Prima ancora di valutare quanti chili perdere, bisogna identificare le complicanze e prescrivere il farmaco più adatto per risolverle»

Sono nati per il trattamento del diabete di tipo 2, ma oggi rappresentano una delle armi più efficaci contro l'obesità. Eppure, i farmaci incretinici come semaglutide e tirzepatide sono finiti al centro di una corsa alla magrezza che rischia di oscurarne il vero valore terapeutico. Utilizzati impropriamente da chi cerca semplicemente di perdere qualche chilo, questi medicinali rischiano di essere associati a una moda più che a una cura. Invece, per chi convive con l'obesità, rappresentano una svolta. A confermarlo è il nuovo algoritmo pubblicato su Nature Medicine dalla European Association for the Study of Obesity (EASO), che riconosce la terapia farmacologica come uno strumento fondamentale nella gestione della malattia. Il documento indica tirzepatide e semaglutide come farmaci di prima scelta per il trattamento dell'obesità e delle sue complicanze, inaugurando un approccio sempre più personalizzato. «Oggi si può dire che, dopo oltre un secolo di tentativi per sviluppare farmaci efficaci e sicuri contro l'obesità, si è finalmente imboccato la strada giusta. Gli agonisti del recettore del GLP-1 (semaglutide) e i doppi agonisti dei recettori GIP e GLP-1 (tirzepatide) non sono soltanto efficaci nel favorire la perdita di peso, ma producono benefici anche per alcune delle complicanze più gravi associate all'obesità», spiega Paolo Sbraccia, professore di Medicina Interna dell'Università di Roma Tor Vergata, direttore della UOC di Medicina Interna e del Centro per la Cura dell'Obesità del Policlinico Tor Vergata e membro del Board of Trustees dell'EASO.