di
Valerio Cappelli
Il regista: «Willem Dafoe un amico vero. Iniziai con un film a luci rosse, ma non faceva per me»
Abel Ferrara sa come si balla tra le gocce di pioggia. È il poeta maledetto dei nostri tempi. «Abel è la prima vittima del mondo di Dio», scrive nella struggente autobiografia, Scene. Il suo cinema visionario e selvaggio, fatto di up&down, è il viaggio di un artista «contro» che colpisce lo spettatore e lo fa riflettere. Trasforma violenza, dolore e caos in racconto per immagini, ha attraversato il suo Rubicone più volte. Era fuori come un balcone. Ora i veleni di droga e alcol sono un ricordo. Abel Ferrara non è un regista: è un mondo.
Siamo con Abel grande cuore al Brick Space, dove sorseggia dell’acqua. È il suo rifugio romano dove la barman cinese dopo un secondo ti tratta da amico e ti chiama per nome, nella multietnica piazza Vittorio, caotica e sensuale come i suoi film. Qui abita, qui suona la chitarra con la sua giovane moglie Cristina, sua figlia undicenne Anna all’arpa e altri artisti come lui. Sale a casa, a pochi passi da qui, torna con una copia del libro, che ogni tanto sfoglia per mettere a fuoco i pensieri, e mi scrive una dedica: «Continua a cercare la verità».






