La Prima Sezione della Corte di Cassazione, con una sentenza dello scorso aprile depositata nei giorni scorsi, interviene ancora sul delicato tema dei benefici penitenziari ai detenuti condannati per reati di mafia che non hanno collaborato con la giustizia, annullando per la terza volta il diniego opposto dal Tribunale di sorveglianza di Catanzaro nei confronti di Carmelo Liuzzo, condannato all'ergastolo e detenuto dall’aprile del 2000 per omicidio, associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.La decisione, su ricorso dell’avv. Riccardo Errigo del foro di Locri, assume particolare rilievo perché costituisce un'importante applicazione della riforma dell’articolo 4 bis O.P. che ha trasformato la presunzione di pericolosità dei detenuti ostativi da assoluta a relativa. La Suprema Corte censura il metodo seguito dal Tribunale di sorveglianza, ribadendo che la valutazione deve essere concreta, individualizzata e sorretta da un'adeguata motivazione.
Il principio cardine della sentenza riguarda la verifica della pericolosità sociale. Secondo la Cassazione non è sufficiente richiamare il passato criminale del detenuto, la gravità dei reati o la persistente operatività del clan mafioso di appartenenza. Occorre invece accertare l'esistenza di elementi concreti e attuali che dimostrino collegamenti ancora esistenti con l'organizzazione criminale o il rischio del loro ripristino.






