Roma. La Repubblica islamica d’Iran ha annunciato ieri di aver eseguito la condanna a morte di Omid Behzad e Pouria Safvat, accusati di spionaggio per Israele (avrebbero fornito le coordinate di siti militari e di sicurezza del regime). Non era stata comunicata la data dell’arresto, non è stato fatto un processo, ci sono state soltanto le loro “confessioni”. Domenica è stato consegnato alla sua famiglia il corpo di Arvin Kheirkhah, che aveva vent’anni, che era stato arrestato durante le proteste dell’inverno: non c’è stato il processo, non c’è stata la comunicazione della data dell’impiccagione, è stato ucciso in segreto a Shahroud. La settimana scorsa, Alireza Sephai avrebbe dovuto essere impiccato, ma ha avuto un infarto: è stato portato in ospedale e stabilizzato per tenerlo in vita e eseguire la condanna a morte (è ancora vivo).Secondo tutti i rapporti, dall’Onu ad Amnesty alle ong, c’è stata un’intensificazione delle impiccagioni, alcune avvengono pubblicamente, altre no: decine di giovani sono stati impiccati per aver partecipato alle proteste contro il regime. Assieme al corpo di Arvin c’era un biglietto che aveva scritto ai suoi genitori: “Non lasciate che io sia dimenticato. Non lasciate che il sentiero su cui abbiamo camminato diventi silenzioso”.
Il ritmo osceno delle impiccagioni in Iran
L'andamento del conflitto con gli Stati Uniti non sembra intaccare la spietata morsa del regime sulla società iraniana: Teheran continua a punire i giovani attivisti con la pena di morte










