Nell’ultimo mese si è discusso a lungo dell’Odissea di Christopher Nolan, e in particolare della Penelope interpretata da Anne Hathaway, definita da più parti come figura “protofemminista”: una donna che tesse e disfa non per pazienza ma perché quell’attesa servisse a preservare il trono di Itaca per il figlio, per la agency, quindi, che Nolan avrebbe concesso al personaggio.

È un’operazione che si ripete ogni volta che un classico approda sullo schermo: prelevare un personaggio femminile dalle relazioni che lo hanno generano (tutto ciò che nell’epica arcaica stabiliva chi potesse parlare, muoversi, decidere, in questo caso) e rivestirlo di contemporaneità. Come se libertà e autodeterminazione delle donne non fossero, ancora oggi, problemi storici irrisolti, come se bastasse proiettare all’indietro, senza elaborazione, una determinata sensibilità per sanare una distanza che nel presente stesso resta enorme.

Eppure non ce n’era bisogno. Il poema offriva già, nella propria grammatica, gli strumenti per una lettura radicale – e non è un caso che la critica femminista, da decenni, lavori proprio su quegli strumenti, interrogando il testo senza bisogno di riscriverlo. Il problema non è leggere Penelope con sensibilità femminista: è farlo male. C’è una differenza enorme tra interrogare un testo e addomesticarlo, dal momento che la prima operazione lo apre, la seconda lo chiude.