Il Mondiale 2030 parte già in salita. Mancano quattro anni, ma non si conosce ancora lo stadio della finale e ora è tornato in discussione persino il numero delle squadre partecipanti. Sullo sfondo c’è lo scontro sempre più aperto tra il presidente della Fifa Gianni Infantino e quello dell’Uefa Aleksander Čeferin, la costante battaglia economica e politica che rischia di accompagnare tutta la preparazione del torneo.
A rendere ancora più fragile il percorso verso il 2030 sono i rapporti tra Madrid e Rabati, alleati nell’organizzazione del torneo ma divisi da interessi diplomatici che periodicamente riemergono. La rottura è diventata evidente durante il Mondiale 2026 negli Stati Uniti. Čeferin non ha partecipato alla finale dopo settimane di contrasti con la Fifa sulla gestione arbitrale e disciplinare della competizione. Il caso più discusso è stato quello dello statunitense Folarin Balogun, autorizzato a giocare contro il Belgio nonostante l’espulsione dopo che il presidente americnao Donald Trump aveva chiesto personalmente a Infantino di riesaminare la vicenda. Per l’Uefa era stata superata una «linea rossa» nei rapporti tra politica e giustizia sportiva.
Fifa e Uefa, lo scontro che condiziona il Mondiale 2030















