di
Simona Marchetti
Il 75enne cantante ha raccontato al "Sunday Times Magazine" il ricovero in un ospedale in Svizzera durato sette mesi e durante il quale è stato a lungo in terapia intensiva
I cinque figli Joely, Simon, Lily, Nicholas e Matthew chiamati al suo capezzale perché «c’erano delle decisioni da prendere» e un quadro clinico talmente compromesso che i medici svizzeri ipotizzavano di staccare le macchine che lo tenevano in vita. Era l'inizio del 2024 e Phil Collins stava seriamente rischiando di morire a causa dell’abuso di alcol che gli aveva gravemente compromesso pancreas e reni. A raccontare quel drammatico periodo durato sette mesi e durante il quale è stato a lungo in terapia intensiva, è stato lo stesso 75enne cantante in una recente intervista al “Sunday Times Magazine”. «I miei reni stavano cedendo, i miei organi si stavano bloccando. La gente veniva a salutarmi, ma non ricordo che siano venuti. Non avevo la minima idea di ciò che stava succedendo, erano tutti preoccupati di non rivedermi più. Sarebbe potuto andare tutto terribilmente male».
In altre parole, da quel letto di ospedale poteva non uscirne vivo. Invece ce l’ha fatta, ma è il primo a riconoscere che gli è andata bene. «Sono stato molto fortunato. Inutile dire che da allora non ho più toccato un goccio d’alcol», ammette non a caso il leggendario batterista che il prossimo 18 settembre, in occasione dei 45 anni dall’uscita del suo album d’esordio da solista, pubblicherà un’edizione speciale del disco, arricchita da registrazioni dal vivo inedite, demo e rarità, mentre il 14 novembre entrerà nella “Rock & Roll Hall of Fame” come solista (dopo esserci già entrato nel 2010 con i Genesis). Una rinascita personale ed artistica che fino alla primavera del 2024 sembrava impossibile, anche se i problemi di Collins con la bottiglia risalgono a quasi vent’anni prima, quando si lascò con la terza moglie, Orianne Cevey (i due sono poi tornati insieme nel 2016, lasciandosi definitivamente quattro anni più tardi).










