Angelina Linda Zammataro è morta a Roma il 1° agosto 2026. E adesso verranno le parole educate. Le parole prudenti. Le parole che si usano quando muore qualcuno che ha vissuto molto, pensato molto, combattuto molto. Diranno che è stata una maestra, una psicologa, una pedagogista. Diranno che ha ideato la psicoanimazione. Diranno che ha dedicato la propria vita alla scuola. Tutto vero. Eppure insufficiente.
Perché Linda non era una donna che si lasciava contenere dalle definizioni. Non era una di quelle persone che entrano nella storia in punta di piedi, chiedendo permesso. Linda entrava nelle stanze, nelle classi, nelle coscienze. Entrava e metteva tutto in discussione. Le abitudini, le gerarchie, le frasi fatte. Soprattutto quella placida comodità con cui gli adulti chiamano “educazione” l’obbedienza dei bambini. Lei no. Lei voleva bambini capaci di pensare.
Voleva che l’alunno smettesse di essere un recipiente da riempire e diventasse un ricercatore, un interprete della realtà, un costruttore del sapere. Voleva una scuola nella quale il maestro non dominasse dall’alto della cattedra, ma avesse il coraggio di mettersi in gioco, di osservare, di ascoltare, perfino di cambiare. Una scuola fondata sul gruppo, sulla collaborazione, sul rapporto fra scuola, famiglia e territorio. Una scuola che non avesse paura della fantasia perché sapeva che la fantasia, quando è accompagnata dal pensiero critico, è una forma di conoscenza.







