Il Governo ha approvato il disegno di legge cosiddetto «anti maranza»: cambiano le regole sull’imputabilità dei minorenni. Perché l’UNICEF ha espresso “grande preoccupazione”?«La nostra preoccupazione riguarda il passaggio da un accertamento individualizzato della capacità di intendere e di volere a una presunzione relativa di imputabilità per gli adolescenti tra i quattordici e i diciotto anni. Pur nella consapevolezza che i casi in cui un minore che delinque viene dichiarato incapace di intendere e di volere sono rarissimi, la questione è culturale e non si può presumere la colpa un po’ liberandosi, come adulti, dalle responsabilità educative e dal fallimento in educando che ha portato a commettere un reato. Del resto la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza richiede che ogni decisione riguardante una persona di minore età tenga conto del suo superiore interesse e sia orientata a una finalità educativa. Anche il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia raccomanda che la maturità psicologica ed emotiva sia valutata caso per caso e non presunta. Il rischio è che gli adolescenti più vulnerabili siano sottoposti a un trattamento che non tenga adeguatamente conto della loro specifica fase di crescita e formazione.La Presidente del Consiglio Meloni ha detto: «Chi sbaglia risponde delle proprie azioni: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre anche se ha 15 o 16 anni». Perché voi non siete d’accordo?«L’Unicef Italia non mette in discussione il principio di responsabilità. Al contrario, responsabilizzare un adolescente rispetto alle conseguenze delle proprie azioni è una componente fondamentale di ogni percorso educativo e di recupero. Nella giustizia minorile la responsabilità non può essere separata dalla finalità rieducativa, dal reinserimento sociale e dalla prevenzione della recidiva. Una risposta efficace deve tutelare le vittime e, al tempo stesso, creare le condizioni perché chi ha commesso il reato non torni a commetterlo. Ragionare diversamente, potrebbe significare solo affollamento delle carceri minorili con buona pace anche dei valori costituzionali che impongono un ruolo attivo dello Stato nel sostegno alle nuove generazioni.La violenza giovanile è una sfida complessa. Secondo Lei può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti?«La giustizia minorile ha caratteristiche e finalità specifiche proprio perché un adolescente è una persona ancora in formazione. Non si tratta di negare la gravità dei reati, ma di adottare strumenti capaci di tenere insieme responsabilità, educazione, recupero e reinserimento sociale. Il sistema italiano di giustizia minorile è stato costruito sulla valutazione individuale e sul principio secondo cui la sanzione penale deve rappresentare l’estrema ratio. Avvicinarlo progressivamente al modello previsto per gli adulti rischia di indebolire questa impostazione, riconosciuta anche a livello internazionale».Oggi l’imputabilità del minorenne deve essere accertata positivamente caso per caso. Il provvedimento del Governo inverte l’onere della prova e l’imputabilità sarà presunta. È giusto?Non compete all’Unicef Italia esprimere una valutazione sulla legittimità giuridica del provvedimento. Il nostro compito è richiamare i principi della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e gli standard internazionali in materia di giustizia minorile. Da questo punto di vista, riteniamo essenziale che la capacità di intendere e di volere e il livello di maturità psicologica ed emotiva continuino a essere oggetto di una valutazione individualizzata. Spostare l’onere della prova rischia di trasformare in eccezione proprio quell’accertamento caso per caso che dovrebbe rappresentare una garanzia fondamentale per ogni adolescente».Le norme su età e imputabilità risalgono al Codice Rocco, varato durante il fascismo, quando la delinquenza minorile era diversa quantitativamente e qualitativamente. Da allora molte cose sono cambiate. Quali sono i rischi di abbassare l’imputabilità a partire dai 14 anni?«In Parlamento vi è un allarmante disegno di legge che propone di abbassare a 13 anni la soglia dell’imputabilità ma non è questo il caso di cui stiamo discutendo. Oggi la proposta non è di abbassare la soglia anagrafica dell’imputabilità, che resta fissata a quattordici anni, ma modifica il criterio con cui viene accertata la capacità di intendere e di volere tra i quattordici e i diciotto anni. La nostra preoccupazione riguarda proprio questo cambiamento. Presumere l’imputabilità rischia di ridurre lo spazio riservato alla valutazione della maturità effettiva del singolo adolescente e di incidere soprattutto su chi vive condizioni di maggiore fragilità personale, familiare e sociale. Il fatto che i fenomeni di violenza giovanile cambino richiede certamente risposte aggiornate e determinate, ma queste devono rafforzare, non indebolire, la capacità del sistema di comprendere la situazione individuale e di costruire percorsi efficaci di recupero».Don Ugo Di Marzo, sacerdote nel quartiere Roccella di Palermo, ha detto: «Non basta solo la repressione, quei ragazzi vanno aiutati». I giovanissimi che compiono reati di cosa hanno bisogno?«Hanno bisogno di essere inseriti in percorsi educativi e di recupero concreti. Quando un adolescente arriva a commettere un reato, occorre domandarsi quali risposte siano mancate nella famiglia, nella scuola, nei servizi e nella comunità. Servono adulti di riferimento, sostegno psicologico ed educativo, continuità scolastica e formativa, spazi di aggregazione, accesso allo sport e alla cultura e un accompagnamento delle famiglie. Una risposta esclusivamente repressiva interviene quando il reato è già stato commesso; una politica efficace deve agire anche prima e offrire una possibilità reale di cambiamento dopo.Le opposizioni affermano che questo disegno di legge è la prova del fallimento della destra: più propaganda, più repressione, meno sicurezza. Dopo sei decreti sicurezza e il decreto Caivano, il Governo ammette che la criminalità minorile è aumentata. Lei cosa ne pensa?Gli episodi di violenza che coinvolgono adolescenti devono essere affrontati con serietà e determinazione, evitando sia semplificazioni sia risposte esclusivamente emergenziali. La sicurezza delle persone e la tutela delle vittime sono prioritarie, ma una maggiore sicurezza si costruisce anche attraverso politiche continuative per l’infanzia e l’adolescenza, capaci di prevenire il disagio, intercettarlo precocemente e offrire percorsi efficaci di recupero.Qual è la proposta di Unicef Italia per affrontare il sensibile aumento della criminalità minorile?«Proponiamo un approccio integrato fondato su prevenzione, contrasto e recupero. Occorre rafforzare quanto già previsto dai Piani nazionali per l’infanzia: contrasto alla povertà minorile ed educativa, promozione delle comunità educanti, sostegno alla genitorialità e definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. Questo significa garantire sportelli di ascolto nelle scuole, servizi territoriali accessibili, percorsi di sostegno per i genitori, attività sportive e culturali aperte a tutti e spazi sicuri di socialità. Sul versante della giustizia, occorre valorizzare la valutazione individuale, i percorsi educativi, la giustizia riparativa e il reinserimento sociale. La giustizia minorile non deve soltanto punire il reato: deve contribuire a ripararlo dando una risposta concreta alle vittime e fare in modo che l’autore della violenza non torni a commetterla».