In Italia la copertura assicurativa contro le catastrofi naturali resta parecchio limitata, nonostante una storica esposizione ai rischi geologici e ai crescenti rischi climatici. Il quadro emerge dall’analisi di Riccardo Cesari pubblicata su lavoce.info, che fornisce una prima stima sull’impatto della riforma introdotta con la legge di bilancio 2024.
Il ritardo accumulato nel tempo è evidente: il rapporto tra i premi assicurativi pagati per i “danni” e il Pil si ferma all’1,9%, contro una media Ocse del 5%. Un gap che riflette una scarsa diffusione degli strumenti assicurativi, proprio mentre aumenta la frequenza e l’intensità degli eventi estremi a causa della crisi climatica.
La normativa del 2024 introduce l’obbligo di copertura per tutte le imprese non agricole, ma con un perimetro ristretto. Sono inclusi terremoti, alluvioni e frane, mentre restano esclusi altri rischi rilevanti come le tempeste di tipo tropicale che stiamo sperimentando negli ultimi anni. Anche i beni assicurabili non comprendono l’intero patrimonio aziendale. I magazzini delle aziende, per esempio, rischiano di restare fuori dalle polizze.
L’entrata in vigore della normativa è stata scaglionata: aprile 2025 per le grandi imprese, ottobre 2025 per le medie, e tra gennaio e marzo 2026 per le piccole. Ed è proprio su queste ultime che si concentra l’incertezza, dato che costituiscono oltre il 90% del tessuto industriale italiano, sono più di quattro milioni di unità, e su cui mancano ancora dati di monitoraggio completi.









