Seconda metà degli anni Ottanta. L’ultimo scudetto Virtus (1984) è lontano, così come i fasti dell’era Porelli. La Virtus, dopo la coppia Elvis Rolle-Jan Van Breda Kolff non ha più azzeccato lo straniero giusto. Sam Williams, che pure ha vinto l’anello con Julius Erving, poi Joe C. Meriweather – passato alla storia per aver indossato un improbabile paio di pantaloncini bianchi e rossi, prestati dalla Scavolini per un match a Pesaro –, Marty Byrnes e Kyle Macy, per un motivo o per l’altro, non hanno inciso come l’Avvocato avrebbe preteso e voluto. Domina Milano, cresce Caserta, ci prova pure Livorno. E la Virtus? Per tornare al top basta un poco di ‘Zucchero’. Sì, di Sugar con la S maiuscola.
L’Avvocato (Porelli) contraddice un po’ i suoi dettami e vince la più grande scommessa. Già, perché per riabilitare Micheal Ray Sugar Richardson, che è nato a Lubbock, negli Stati Uniti, l’11 aprile 1955, mette in discussione con le sue doti verbali e legali addirittura la Nba. Che ha radiato Sugar, dopo averlo trovato positivo per tre volte, nel 1986. Che Sugar sia un fenomeno è fuori discussione. Perché Richardson, a parte i problemi di dipendenza, è Magic prima dell’arrivo, nella Nba, di Earvin Johnson. Quasi due metri d’altezza, capace di tirare da tre, schiacciare e servire assist sopraffini. Chiaro che se non avesse avuto problemi di dipendenza sarebbe rimasto nella Nba. L’Europa e l’Italia – dagli States è bandito – gli offrono la possibilità di ricominciare. Tre anni dal 1988 al 1991 con 94 presenze e 2.186 punti. Due Coppe Italia, nel 1989 e 1990 e la storica Coppa delle Coppe nel 1990. Storica perché si tratta del primo trofeo internazionale. E poi un All Star Game da 50 punti: che a distanza di più di trent’anni è ancora bottino record.






