Solo ventiquattr’ore fa Donald Trump sembrava pronto a ordinare contro l’Iran quello che doveva essere l’attacco più pesante sferrato dall’inizio della guerra. Nel mirino degli Stati Uniti potevano finire infrastrutture energetiche e obiettivi strategici della Repubblica islamica, in risposta al lancio di missili contro una base americana in Giordania e alle continue tensioni nello Stretto di Hormuz. Un’operazione che avrebbe aperto una fase nuova del conflitto, con il rischio di trascinare i Paesi del Golfo ancora più profondamente nella guerra.
Poi, nel giro di poche ore, tutto si è risolto nel nulla. Il presidente americano ha annunciato di aver “accettato di ritirare l’attacco” sull’Iran su richiesta di Teheran e “di altri Paesi del Medio Oriente”, a condizione che si arrivi rapidamente a un accordo sulla “totale apertura dello Stretto di Hormuz”. Ma dietro il rinvio dell’operazione americana non ci sono tanto le aperture diplomatiche di Teheran - l’Iran ha già smentito di aver trovato un accordo con gli Stati Uniti su Hormuz - quanto la pressione di un uomo: Mohammed bin Salman.
Il principe ereditario saudita ha parlato al telefono con Trump poco prima dell’annuncio della sospensione degli attacchi. Secondo quanto riferito da Axios, Mbs ha espresso la propria preoccupazione circa la possibilità di nuovi raid su larga scala contro l’Iran. Il principe avrebbe esortato direttamente il presidente americano a ridurre la tensione e a non procedere con l’attacco. La telefonata tra i due leader è stata insolitamente confermata anche dal governo saudita. L’agenzia di stampa statale Spa ha diffuso un insolito resoconto ufficiale del colloquio in cui ha scritto che “bin Salman ha discusso con Trump degli sviluppi regionali e delle loro conseguenze internazionali". Il principe ha “sottolineato la necessità di dare priorità al dialogo per allentare le tensioni” e l’importanza di compiere "ogni sforzo possibile per raggiungere una tregua che apra la strada a soluzioni diplomatiche che producano risultati positivi per preservare la sicurezza e la stabilità della regione e impediscano che essa venga trascinata in un conflitto più ampio le cui ripercussioni comprometterebbero la sicurezza e la stabilità regionale e internazionale".










