C’è un tipo di politici che scompare due volte: la prima quando lascia il potere, la seconda quando smette di poter intervenire, telefonare, consigliare, dividere, ricucire. Alberto Tedesco apparteneva a questa categoria. Anche quando non occupava più un incarico di primo piano, il suo nome continuava a circolare nei ragionamenti della politica pugliese come quello di un uomo da ascoltare, temere o contestare, ma mai da ignorare. La sua morte, a 76 anni, dopo una malattia, non chiude soltanto una biografia personale: segna il tramonto definitivo di una stagione in cui la politica regionale si costruiva anche attraverso reti di relazione, correnti, fedeltà e conflitti durissimi.

Per la Puglia, Tedesco è stato molto più di un ex assessore o di un ex parlamentare. È stato un dirigente che ha abitato la sinistra socialista per decenni, un organizzatore di consenso, un interlocutore capace di pesare nei passaggi decisivi e, insieme, una figura rimasta a lungo schiacciata dal peso della sua vicenda giudiziaria. La sua traiettoria pubblica è stata ampia, accidentata, divisiva. E proprio per questo oggi merita di essere letta senza semplificazioni: né santificata dal lutto, né ridotta a una sola inchiesta.