C’è un momento, entrando nelle sale dell’ala Est del Musée d’Orsay, in cui il brusio dei visitatori quasi si spegne. Non perché il museo si svuoti, ma perché tutti finiscono inevitabilmente per fermarsi davanti allo stesso quadro. C’è chi scatta una fotografia, chi resta immobile per qualche secondo, chi si avvicina lentamente per cogliere i dettagli. È il potere del Bal du moulin de la Galette, il capolavoro con cui Pierre-Auguste Renoir ha consegnato all’eternità una domenica pomeriggio nella Parigi del 1876.
La scena si muove davanti agli occhi. I tavolini all’aperto, gli uomini con il cappello di paglia, le donne vestite a festa, i bambini, i sorrisi, il chiacchiericcio che quasi si può sentire. E poi quella luce che filtra tra gli alberi di Montmartre, trasformando ogni volto in un riflesso, ogni abito in un’esplosione di colore. Renoir non dipinge solo una festa popolare: dipinge la felicità, l’illusione di un pomeriggio infinito. Un uomo solleva il cellulare per immortalare quel capolavoro, altri osservano in silenzio, quasi dimenticandosi della folla che li circonda. Perché questo è uno di quei quadri che si conoscono da sempre, attraverso i libri e le riproduzioni, ma che soltanto dal vivo rivelano la loro forza.






