di
Elisabetta Andreis
Nel 2011 il ragazzo, oggi 34enne, ha aggredito due carabinieri dopo un rave provocando la morte di uno. «Don Mazzi è stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa»
L’ultima carezza gliel’ha restituita. «Sono andato a salutare don Antonio Mazzi». Matteo gli ha passato una mano sul viso, come il sacerdote faceva con lui quando era giovanissimo e aveva sulle spalle una vita senza direzione e un ergastolo appena pronunciato. È stato il suo ultimo grazie.Don Mazzi, morto venerdì a 96 anni «ci ha salvato tutti e tre», dicono insieme Matteo, sua mamma Irene Sisi e Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli rimasto ucciso. La loro storia comincia la notte del 25 aprile 2011. Un rave in Maremma, un gruppo di adolescenti fermato ad un posto di blocco, l’alcol in corpo, la furia contro due carabinieri. Domenico Marino perde un occhio. Santarelli entra in coma e muore un anno dopo. Matteo ha 19 anni.
È in carcere a Grosseto da diciotto mesi quando don Mazzi manda un operatore di Exodus a conoscerlo. Il processo per omicidio è ancora aperto. Il don decide di accoglierlo lo stesso, ottiene di farlo venire a Milano. «Mise subito in chiaro che la comunità non era uno sconto di pena ma un luogo di responsabilità - racconta Irene -. È stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa, e non solo un ragazzo che aveva sbagliato seminando dolore».










