BELLUNO - Il ghiacciaio della Marmolada, o meglio ciò che ne rimane. L’estate torrida e scarsa di precipitazioni sta dando un ulteriore mazzata a uno dei simboli più conosciuti delle Dolomiti. Il ghiaccio ha assunto ormai una avvilente tonalità di grigio con fiumi d’acqua che corrono fra le spaccature (serracchi) e un perimetro che sta sempre più restringendosi.
A OCCHIO NUDO Sono caratteristiche ben visibili a occhio nudo e rappresentano segni inequivocabili di una lenta e inesorabile agonia. «Si sta realizzando quello che da anni si era ipotizzato e quindi non mi meraviglia affatto -afferma Anselmo Cagnati, esperto di neve, valanghe e climatologia alpina- il ghiacciaio evidenzia la fase di fusione avanzata dovuta alle alte temperature. L’acqua è dovuta appunta alla fusione del ghiaccio residuo. Dal punto di vista estetico, il grigiore della superficie testimonia che il ghiacciaio è nella fase terminale della propria vita». Ghiaccio che si scioglie, e che può quindi inevitabilmente diventare più fragile. «Quando ci sono questi processi -prosegue Cagnati- tutta la struttura del ghiaccio diventa meno solida dal punto di vista meccanico, e ci possono essere distacchi, ma le masse di ghiaccio ormai sono misere ed e difficile che si creino distacchi ingenti perché non ci sono più grandi quantità. Può comunque succedere, visto che una situazione del genere crea stress meccanico al ghiaccio. Se abbiamo situazioni dove ci sono già condizioni di instabilità questa fusione accelerata può creare pericolo maggiore». Le immagini, davvero impressionanti, girate in questi giorni dalla piattaforma italiana di videonews Local Team, presentano un ghiacciaio in agonia e l’interrogativo è se andando avanti di questo passo, con temperature torride e mancanza di piogge, il prossimo anno potremmo addirittura non vederne più traccia. «Questo lo escludo -replica Cagnati- anche se probabilmente, continuando con questo trend, ci sarà un anticipo della scomparsa del ghiacciaio. Non basta però un mese per farlo sparire del tutto. Il prossimo anno saremo in condizioni analoghe, forse anche nei prossimi cinque».TERMOMETRI IMPIETOSI Le impennate di giugno e luglio sono state pesantissime. In 60 giorni solo una ventina sono state le giornate con temperature minime sotto lo zero. Le massime? Al netto della centralina rimasta fuori uso nel periodo clou di luglio, coinciso però con la terza grande ondata di calore, sono quasi sempre state sopra lo zero, anche abbondantemente: più 10 in questi giorni, addirittura più 12.1 il 25 e 26 giugno, record della stagione attuale. Dieci gradi ai 3200 metri di Punta Rocca, e prolungati per più giorni, fino a qualche anno fa poteva essere definita un’anomalia. Ora è diventata un evento strutturale. «Infatti non possiamo parlare di temperature estreme se riferite al singolo rilevamento -continua Cagnati- già in passato si erano verificati valori simili, anche sopra i 15 gradi. L’eccezionalità è dovuta alla durata del fenomeno». Torna alla memoria il 3 luglio di quattro anni fa, quando attorno alle 13.45 un grosso seracco della calotta di Punta Rocca, si staccò improvvisamente creando una valanga di ghiaccio e roccia che precipitò interessando anche il percorso della via normale. Le cause di quel drammatico distacco del seracco, secondo la commissione glaciologica della Sat, non erano prevedibili ma durante quei giorni si era osservata molta acqua di fusione che era penetrata in profondità nel ghiacciaio a causa delle temperature elevate registrate anche durante quel periodo con punte fino a 10 gradi. L’ALTRO FRONTE «In condizioni come quelle di questi giorni aumenta anche il rischio di frane improvvise di roccia -conclude Cagnati- perchè aumenta lo scioglimento del permafrost, per quel poco che ne è rimasto, e la sua scomparsa non fa altro che mettere ulteriore benzina nell’accelerazione di questi fenomeni. Frane in Marmolada ce ne sono state in misure minori rispetto ad altre montagne come Pelmo e Civetta (alcune anche molto recenti, ndr) perché hanno una struttura geologica diversa. La Marmolada è di roccia calcarea, maggiormente compatta e meno soggetta a crolli rispetto a quella fatta di dolomia come Pelmo e Civetta. Ma ormai basta poco per innescare il distacco».










