Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiFrank Miller si trasferisce a New York dal Vermont, dov’è nato, a diciassette anni. Vuole scrivere e disegnare fumetti. Sono gli ultimi anni Settanta dello scorso secolo e la Grande Mela passa per la città più pericolosa del pianeta. All’aeroporto Kennedy, durante uno sciopero dei poliziotti, i viaggiatori sono accolti da un grande striscione: «Benvenuti nella città della morte». È praticamente lo strillo di copertina d’un fumetto Marvel.

Ma bisognerà attendere la spaventosa Gotham City del Ritorno del cavaliere oscuro (livida e distopica avventura d’un Batman acciaccato e di mezz’età che Miller firma nel 1986, dieci anni dopo essersi trasferito a New York) per provare lo stesso brivido e scoprire che il benvenuto ai turisti incauti da parte dei poliziotti in sciopero è stato solo un primo e inquietante assaggio di contaminazione tra la realtà e le culture pop. Presto non si distinguerà più.

La visione di New York tra fumetto, cinema e letteratura hard-boiled

«Mi ero già formato un'idea ben precisa della «City»», scrive Miller in Push the Wall, la sua autobiografia, un grande libro.

«NYC era un vero e proprio personaggio negli albi di Spider-Man di Stan Lee e Steve Ditko, camuffato da Gotham e Metropolis nelle storie di Batman e Superman, reso indimenticabile da “The Spirit”, il supereroe anni Cinquanta di Will Eisner. Fra gli anni Quaranta e Cinquanta, Mickey Spillane l’aveva immortalata in Ti ucciderò e in altri classici dell'hard-boiled. Gran parte dei miei polizieschi preferiti era ambientata fra le sue stanze fumose, i vicoli bui e le bettole scalcagnate.