Una barca della Guardia Civile spagnola dopo l'entrata in massa di migranti a Ceuta, 1 agosto 2026. REUTERS/Jon Nazca
Un tempo, ed era un tempo di guerra appena conclusa, di ferite ancora aperte, di dolori irreparabili, c’erano princìpi talmente radicati da essere considerati non soltanto necessari, ma universalmente inviolabili, non negoziabili. Come quello adottato il 28 luglio del 1951 dalla “Conferenza dei plenipotenziari” dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata pochi anni prima, nell’ottobre del 1945, proprio per prevenire futuri conflitti globali e promuovere la cooperazione internazionale tra gli Stati. Quel giorno, a Ginevra, i rappresentanti di 26 nazioni (compresa l’Italia) firmarono la “Convenzione sullo status dei rifugiati”: un testo fondamentale, alla base del diritto internazionale, che definisce con esattezza chi può essere considerato un rifugiato, indicandone i diritti minimi (un alloggio, l’assistenza medica, l’istruzione pubblica, la sicurezza sociale) stabilendo un principio basilare: chi fugge da persecuzioni, conflitti e violenze deve poter trovare un luogo sicuro dove ricostruire la propria vita. E non può essere respinto verso le zone da cui proveniva, dove rischierebbe (per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica) persecuzioni, torture o altre gravi violazioni dei diritti umani: è il principio del “non-refoulement”, del “non respingimento”, che molti considerano la pietra angolare della Convenzione, il punto nevralgico, intoccabile. A quell’epoca il “perimetro d’azione” riguardava soltanto i rifugiati di guerra europei, e per gli anni precedenti al 1951. Il successivo Protocollo del 1967, firmato a New York, rese poi quella convenzione universale e senza più limiti temporali: non più rivolta al passato, ma tesa a garantire che le atrocità compiute durante quel conflitto non potessero più ripetersi (intere comunità devastate, milioni di persone sfollate con la forza, milioni di persone perseguitate e uccise nei campi di concentramento nazisti). Quel testo oggi porta le firme di 149 stati che, almeno in teoria, a quei princìpi dovrebbero rigorosamente attenersi.











