Stride e inquieta l’infelice coincidenza: il Parlamento europeo ha approvato il nuovo e controverso regolamento sui rimpatri proprio alla vigilia della Giornata mondiale dei rifugiati, che cade il 20 giugno di ogni anno. La risposta a una grande sfida del nostro tempo è il rafforzamento delle frontiere e delle chiusure. Lo confermano la deportazione di immigrati indesiderati, tra cui una donna iraniana, dagli Stati Uniti alla Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più poveri e insicuri del pianeta, e le violente sollevazioni anti-immigrati nell’Irlanda del Nord, infiammate dall’estrema destra unionista e dai post incendiari di Elon Musk.Lo scenario disegnato dal rapporto mondiale sul fenomeno, pubblicato in questi giorni dall’Unhcr e di cui Avvenire ha dato ampiamente conto, conferma la crescita dell’ostilità dei governi nei confronti dei profughi. Mentre il mondo s’infiamma, con 75 conflitti armati in corso – il dato più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale –, l’accoglienza nei confronti di chi è costretto a fuggire declina: i rifugiati nel mondo sono diminuiti, da 123 milioni a 117,8 milioni, soprattutto perché sono aumentati i ritorni ai luoghi di origine. Ma i ritorni raramente sono volontari: in gran parte sono provocati da politiche attive di respingimento, in primo luogo da parte dei governi nel caso degli sfollati interni; oppure da parte degli Stati ospitanti, come sta avvenendo in Iran e Pakistan nei confronti dei profughi afghani. Possono derivare inoltre dal diniego di assistenza e dall’abbandono. Aggrava la situazione il brutale taglio dei finanziamenti alle agenzie dell’Onu e alle Ong impegnate sul terreno, non solo da parte di Trump ma anche di diversi governi europei, Regno Unito in testa.L’arretramento dell’impegno umanitario è ribadito dalla netta riduzione dei reinsediamenti, ossia delle misure di accoglienza da parte dei governi nei confronti di rifugiati riconosciuti dall’Unhcr come bisognosi di protezione, precariamente insediati in un Paese di primo asilo: da 188.800 del 2024 a 81.800 del 2025. Gli Stati Uniti di Trump sono i principali responsabili di questa inversione di rotta, essendo scesi da circa 100.000 rifugiati accolti nel 2024, sotto Biden, a 10.500, con i sudafricani bianchi in posizione privilegiata.Contrariamente alle credenze diffuse, e nonostante le chiusure prima ricordate, il 65% dei rifugiati sono accolti nei Paesi confinanti, quasi sempre a basso o medio reddito, il 27% nei Paesi più poveri in assoluto. Viviamo in un mondo distopico – verrebbe da parafrasare: un mondo alla rovescia –, in cui sono i Paesi con meno risorse a farsi carico degli obblighi umanitari, molto più dei Paesi ricchi. Non ci sono orde di profughi in marcia verso il Nord del mondo, pronti a tutto pur di impadronirsi del nostro benessere. Si tratta invece di flussi di persone fragili, per metà donne e per quasi il 40% minori, che cercano scampo in regioni un po’ più tranquille del loro paese (la maggioranza, 68,6 milioni), oppure appena al di là del confine, coltivando quasi sempre la speranza di poter tornare pacificamente alle loro case.Anche nel buio di questo tempo siamo però chiamati a far brillare dei segni di speranza. Il primo è l’impegno di tanti volontari e organizzazioni della società civile, che proprio alle componenti più deboli della popolazione immigrata rivolgono le loro cure: salvataggi in mare, ambulatori, mense, scuole d’italiano, associazioni culturali multietniche, smentiscono ogni giorno l’idea che non si possa fare nulla per contrastare l’onda della cosiddetta remigrazione, nelle sue varie incarnazioni. Il secondo segno è il progetto ecumenico dei corridoi umanitari, che promuove arrivi in condizioni sicure e accoglienza diffusa. Il terzo è l’ascolto che trova il messaggio di papa Leone, anche oltre il perimetro ecclesiale. Sulla scia di papa Francesco, si sta affermando come il punto di riferimento morale per chi si schiera in difesa dei valori umanitari. Come ha detto a Las Palmas, in occasione della sua visita in Spagna, «oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi». Lui sì meriterebbe il premio Nobel, ma non ne ha bisogno.
I rifugiati in un mondo alla rovescia
Mentre crescono guerre, respingimenti e chiusure, il 65% di chi fugge viene accolto nei Paesi confinanti, quasi sempre a basso o medio reddito, il 27% nei Paesi più poveri in assoluto. E nel buio di questo tempo, il segno di speranza nell'impegno di tanti volontari e organizzazioni della società civile













