Il richiamo di Mattarella va raccolto fino in fondo. La politica non è chiamata a governare il consenso, ma il cambiamento. E anche le parti sociali devono affiancare alla tutela dei diritti la responsabilità di contribuire alla crescita del Paese. Il commento di Raffaele Bonanni

L’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non è stato il consueto richiamo al senso delle istituzioni. È stato un avvertimento. Mentre l’Italia affronta la più profonda trasformazione economica e sociale degli ultimi decenni, la politica continua troppo spesso a consumarsi tra polemiche, contrapposizioni e calcoli elettorali. Ma il Paese chiede altro: visione, responsabilità e capacità di governare il cambiamento.

La credibilità della politica oggi si misura sul lavoro. È lì che si decidono crescita, competitività, salari, welfare e coesione sociale.

Siamo entrati in una fase inedita. Va in pensione la generazione che ha costruito la forza della nostra industria, mentre intelligenza artificiale, digitalizzazione e automazione stanno cambiando professioni, imprese e organizzazione del lavoro. Non basta sostituire chi esce: bisogna formare lavoratori per mestieri che spesso ancora non esistono. Entro il 2030 quasi il 40% delle competenze richieste sarà diverso da oggi, mentre le imprese faticano già a trovare tecnici, ingegneri ed esperti digitali. La carenza di competenze è ormai uno dei principali freni agli investimenti e alla produttività.