Minacce e violenze non erano necessarie. Le era bastato quel cognome che ha attraversato tre faide di camorra e messo a ferro e fuoco mezza Napoli tra gli anni Ottanta e primi Duemila, per prendere possesso - abusivamente - di un appartamento su cui non poteva vantare alcun diritto. Una casa decorosa, con un bel terrazzo, al quarto piano di una palazzina di vico Donnaregina, a due passi dal Duomo, era diventata così un fortino inespugnabile. Un’occupazione perpetrata sotto l’ombra dell’appartenenza al “sistema” e giunta al capolinea sotto il peso dei sigilli. Da alcune settimane gli agenti del commissariato Vicaria-Mercato e della Sezione di polizia giudiziaria della Procura di Napoli avevano notificato il decreto di sequestro preventivo finalizzato al reintegro immediato nel possesso e così giovedì mattina Celeste Misso, 52 anni, e i figli Carmela e Luigi Prestigiacomo, rispettivamente di 20 e 29 anni, hanno liberato l’immobile, mettendo fine a un’odissea giudiziaria e umana iniziata nel lontano 1995.
Il lungo incubo Il provvedimento è stato firmato dal gip Daniela De Nicola al culmine dell’inchiesta coordinata dal pool della Dda guidato dal procuratore aggiunto Sergio Amato. Ai tre indagati vengono contestati i reati di occupazione abusiva di immobile, aggravata dall’aver agito con il metodo mafioso, e il furto continuato di energia elettrica. Quello di Celeste Misso non è un nome qualunque nello scacchiere criminale della città. Si tratta della figlia di Umberto Misso, storico esponente della famiglia deceduto nel 2014, nonché nipote di Giuseppe Misso “’o nasone”, per anni boss indiscusso del rione Sanità. A completare un quadro familiare intriso di sangue e piombo, un’ulteriore annotazione: la donna è la vedova di Vincenzo Prestigiacomo, trucidato a Porta San Gennaro il 30 ottobre del 2006. Tornando invece all’abuso, l’odissea inizia a metà degli anni Novanta. La proprietaria, un’incensurata dell’Arenella, dopo aver ristrutturato e abitato la casa per qualche anno, decide di affidarla in locazione a una donna della zona. L’inquilina, però, da subito non versa alcun canone e, soprattutto, si rivela essere il “cavallo di Troia” che permette l’ingresso clandestino della famiglia del ras. Per la vittima inizia un calvario fatto di trattative fallite, promesse d'acquisto mai onorate e compravendite farsa nello studio di notai compiacenti. Proposta “indecente” La sfrontatezza degli occupanti, da subito, non ha freni. Mentre la proprietaria paga regolarmente Ici e Imu ed evade gli oneri di un condono, i Misso trasformavano la struttura con gravi abusi. Su tutti, la chiusura integrale del terrazzo di copertura. Ogni tentativo di liberare l’immobile si scontra con il muro di omertà e di intimidazione garantito da un cognome che pesa come un macigno. Agli atti c’è un episodio emblematico: la proprietaria viene contattata telefonicamente da Luigi Misso, che le fa una proposta d’acquisto irricevibile: 30mila euro. Sullo sfondo, un ultimatum perentorio: «Prendere o lasciare», prima di riattaccare bruscamente. Persino quando Umberto Misso ottiene gli arresti domiciliari, questi gli vengono concessi proprio all’interno della casa occupata. La donna, però, non arretra di un passo e a luglio scorso presenta la terza denuncia. Una mossa che si rivela ben presto determinante. Durante alcuni sopralluoghi i poliziotti scoprono persino una manomissione della rete elettrica. In sintesi, corrente gratis all’appartamento grazie a un innesto illegale sulla rete elettrica. Un prelievo fraudolento, quantificato in oltre 35mila chilowattora per il solo periodo tra il 2020 e il 2025. Per la proprietaria si chiude un incubo lungo quasi trent’anni. Per il quartiere arriva invece un segnale netto di ripristino della legalità.







