A giugno la procura di Roma aveva disposto il confronto tra sette nuovi profili di Dna e le tracce repertate sulla scena del delitto
Si è già spento l'entusiasmo degli appassionati del genere, i tifosi dei cold case investiti ieri pomeriggio dall'improvvisa fiammata di via Poma. Diceva Repubblica che, con un accertamento tecnico irripetibile richiesto ai carabinieri del Ris dalla procura di Roma, ad alcune persone erano state prelevate le impronte genetiche per confrontarle con quelle di Simonetta Cesaroni, la giovane contabile uccisa a colpi di tagliacarte 36 anni fa mentre lavorava, da sola, in pieno agosto, nell'ufficio dell'Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, in via Poma a Roma.
La notizia era vera, ma subito dopo ambienti vicini agli investigatori l'hanno integrata, arricchita, rivelata e dunque in parte ridimensionata: gli 8 codici genetici personali sono già stati esaminati e confrontati nel mese di giugno, ma senza sorprese. Nessuna di quelle tracce è risultata compatibile con il Dna di Simonetta.
La ragazza di periferia che, nell'immaginario collettivo, rimane sdraiata al mare con il suo costume bianco, una ventenne che aveva già trovato il suo posto nel mondo: un lavoro sicuro in un quartiere centrale ma tranquillo, un fidanzato che non ha mai potuto sposare.











