Il clergyman, il caratteristico collarino bianco che spicca sul collo della camicia nera di molti preti, lui non l’ha mai portato: don Antonio Mazzi, 96 anni, se n’è andato lasciando un’immagine della Chiesa lontana da quella dei palazzi Vaticani. Il fondatore di Exodus, la rete di comunità terapeutiche per tossicodipendenti, molti se lo ricorderanno in tv accanto a Mara Venier a “Domenica In” oppure sprofondato nelle bianche poltrone di “Porta a porta” da Bruno Vespa ma sempre con i capelli scapigliati, il liso maglione scuro a V e lo sguardo vispo di un bambino.
Sacerdote, educatore, pedagogista, teologo, filosofo, giornalista, scrittore ma soprattutto, don Mazzi, è stato uno dei volti più noti del cattolicesimo sociale italiano del secondo dopoguerra. Una vita trascorsa con gli ultimi, inventandosi di tutto per accompagnare le persone nella ricostruzione della propria identità e nella reintegrazione sociale ma anche per prevenire il fenomeno della droga.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, ordinato nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, fondata da Giovanni Calabria, ha fatto da subito una scelta: essere prete della strada, accogliere tutti e non avere peli sulla lingua. Lui che si definiva “pazzo di Dio” non ha mai fatto sconti alla Chiesa: “Se potessi dire al Papa di vendere il Vaticano e spostare la Chiesa ad Assisi lo farei”, disse durante una trasmissione a La7. A Milano e non solo bastava dire “Exodus” e veniva in mente a tutti il suo volto, la sua voce.










