Se c'è una malattia che ogni veterinario teme di dover diagnosticare a un proprietario di gatti, è l'insufficienza renale cronica. Perché, nella maggior parte dei casi, quando arriva la diagnosi significa che una parte del danno è già avvenuta. I reni sono organi straordinari: continuano a funzionare anche quando hanno perso gran parte della loro capacità filtrante. Compensano, si adattano, lavorano in silenzio. Ed è proprio questo il problema.

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Un gatto può convivere per mesi, a volte per anni, con una malattia renale senza mostrare segnali evidenti. Quando inizia a bere molto, a dimagrire, a vomitare o a perdere appetito, spesso il processo è già in fase avanzata. Eppure, nonostante le malattie renali siano tra le principali cause di morte del gatto anziano, continuiamo a raccontarle come se dipendessero soltanto dall'età. La realtà è molto più complessa.

Un animale progettato per bere poco

Per capire perché i problemi renali siano così frequenti bisogna fare un passo indietro di migliaia di anni. Il gatto domestico discende da un piccolo felino che viveva nelle zone aride del Medio Oriente. In quell'ambiente l'acqua libera era una risorsa rara. Per sopravvivere, l'evoluzione ha selezionato un animale capace di concentrare moltissimo l'urina e di ricavare quasi tutti i liquidi di cui aveva bisogno direttamente dalle prede. È un adattamento che il gatto conserva ancora oggi. Per questo bere poco, di per sé, non è un comportamento anomalo. L'anomalia nasce quando pretendiamo che un animale costruito per assumere acqua mangiando viva con abitudini completamente diverse.