Dal "boom della gomma" in Amazzonia alle eredità dell’attività mineraria nel Sulcis, fino alla trasformazione degli spazi collettivi: l’evento “Geografie della cura - contromappe dell’estrattivismo”, che si è svolto a Firenze domenica 12 luglio nell’ambito del festival radiCARE, ha esplorato le diverse geografie di un modello che consuma territori, risorse e culture. L’estrattivismo infatti non riguarda soltanto l’estrazione di minerali, petrolio o altre risorse naturali. È un modello economico e culturale che ridefinisce il rapporto tra persone, territori e ambiente, producendo disuguaglianze e lasciando spesso dietro di sé comunità fragili e luoghi profondamente trasformati.

“Geografie della cura” ha dunque proposto una lettura dell’estrattivismo come fenomeno globale, capace di collegare contesti diversi: dalle conseguenze storiche dello sfruttamento delle risorse in Amazzonia fino alle trasformazioni sociali e ambientali lasciate dalle attività minerarie in Italia.

Tra le testimonianze portate al panel, quella del Collettivo Tsɨuni, composto da giovani attivisti indigeni del nord-est del Perù, che da anni chiede il riconoscimento delle violenze commesse durante l’epoca del caucciù. L’estrazione della gomma, che ha contribuito allo sviluppo industriale occidentale tra Ottocento e Novecento, è stata accompagnata da sfruttamento, schiavitù, torture e massacri ai danni delle popolazioni indigene. Oggi il Collettivo chiede l’istituzione di una Commissione per la Verità, per restituire giustizia a una memoria rimasta a lungo silenziata.