In un hangar di Broomfield, in Colorado, un Gulfstream V sta completando gli ultimi controlli prima di entrare nelle gigantesche formazioni nuvolose generate dagli incendi. L’aereo fa parte di una campagna della Nasa che si prepara, per la prima volta, a campionare estesamente le cosiddette “nuvole di fuoco”, capaci di innalzarsi fino agli strati superiori dell’atmosfera.
L’obiettivo è comprendere meglio i pirocumulonembi – spesso abbreviati in pyroCb –, osservati sopra gli incendi di grandi dimensioni e intensità che stanno interessando la Francia, la Spagna e il Pacifico nord-occidentale. Queste nubi possono produrre condizioni meteorologiche proprie, alimentando raffiche di vento e fulmini in grado di rendere ancora più difficile prevedere e contenere l’avanzata delle fiamme.
«Stiamo assistendo a incendi di grande intensità e a comportamenti imprevedibili – afferma Teresa Campos, chimica dell’atmosfera al National center for atmospheric research (Ncar) di Boulder, coinvolta nel progetto – Sembra decisamente un tema importante da studiare».
Ma come nasce una nuvola di fuoco? Il meccanismo, spiega l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), è simile a quello che genera un temporale. Il calore estremo sprigionato da un grande incendio – oppure da un’eruzione vulcanica – sospinge rapidamente verso l’alto enormi quantità di aria calda, fumo e vapore acqueo. Salendo, l’aria incontra una pressione atmosferica più bassa, si espande e si raffredda, fino a provocare la condensazione dell’umidità e la formazione della nube.











