Sono i chiaroscuri dell’intelligenza artificiale, quell’Ai che porta vantaggi ma anche pena, viene fuori da una ricerca globale. Lo studio si chiama Human connection workplace index, che tradotto significa “Indice della connessione umana sul luogo di lavoro”. Ovvero il valore della squadra, l’importanza del team con cui nel mondo sono stati costruiti uffici e successi professionali. Ma adesso viene fuori che con l’Ai si può essere anche terribilmente più soli, sebbene più produttivi.
L’indagine l’ha realizzata la Workday Foundation, braccio filantropico dell'omonima multinazionale di software aziendali in cloud, colosso informatico che per sua natura ha tutto da guadagnarci dall’intelligenza artificiale. Almeno all’apparenza, visto che poi i risvolti negativi rischiano di avere un peso anche maggiore.
Per studiare l’impatto dell’Ai è stato costruito un campione che abitualmente la utilizza. Si tratta di 2.150 professionisti di sette Paesi diversi, tutti appartenenti alla Gen Z, gli Zoomers, la prima generazione di nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2012. Grazie all’Ai hanno detto di non soffrire il burnout, stress cronico correlato al lavoro. Precisamente, il 62% degli intervistati ha dichiarato che da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle procedure quotidiane, è come se si fossero tolti il peso di una certa responsabilità. L’Ai è considerata un grande supporto, tanto da incentivare la produttività sino all’86 per cento. Non solo: questo alleggerimento emotivo si è tradotto in una maggiore fiducia anche nelle proprie capacità. Per contro, un Gen Z su cinque non ha taciuto la propria solitudine, legata ugualmente all’introduzione della nuova tecnologia. È un 20% di personale dipendente che ha dichiarato di aver preso malattia «a causa dei sentimenti di isolamento» provati.






