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L'ingresso irregolare di 60 mila marocchini e nordafricani di altra nazionalità a Ceuta, enclave spagnola situata geograficamente in Marocco, è diventato l'occasione per le destre europee di fare fronte comune contro quello che considerano l'ultimo leader socialista rimasto al governo nell'Ue: il premier spagnolo Pedro Sanchez. E del modello di porte aperte che questi incarna. Le immagini della frontiera sfondata e di uomini che raggiungono a nuoto la costa europea hanno fatto rapidamente il giro del mondo, scatenando la reazione immediata di diversi governi. Per prima, ieri, l'Italia, che ha proposto la sospensione dello spazio Schengen per la Spagna, con l'obiettivo di bloccare eventuali movimenti secondari verso altri Paesi. Giorgia Meloni non è rimasta sola: Francia, Finlandia e Svezia si sono allineate, aggiungendo l'ipotesi di controlli più rigorosi alle frontiere.

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Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (che è anche un'esponente di punta del Ppe) ha definito "inaccettabili" le immagini provenienti da Ceuta, ribadendo che "non possiamo permettere a nessuno di entrare nella nostra Unione senza rispettare le nostre regole". Una posizione che riflette il pensiero di molti governi conservatori, che vedono nella crisi spagnola l'occasione per ricompattarsi e mettere sotto accusa le politiche migratorie di Sanchez, giudicate troppo permissive. Il premier spagnolo a inizio anno aveva annunciato la regolarizzazione di 500 mila migranti già presenti nel Paese, proprio mentre le istituzioni europee approvavano il Patto Migrazione e Asilo, che introduce controlli più stringenti e procedure di rimpatrio accelerate per chi non ha diritto alla protezione. Un'iniziativa quella spagnola che è stata vista come un punto di rottura rispetto alla direzione dei testi europei. Per ironia della sorte, sarà proprio a Ceuta, nei prossimi giorni, che si misurerà l'efficacia del nuovo quadro normativo europeo e la capacità di rimpatrio dei marocchini non aventi diritto.