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Chi sa cos’è l’AI slop, traducibile come “sbobba”, “poltiglia” o “schifezza” fatta con l’intelligenza artificiale, la vede dappertutto. Chi non sa cosa sia la vede comunque, ma non la riconosce. Magari non ci pensa proprio, perché non si chiede da dove provengano tutte quelle immagini, grafiche e animazioni video sciatte, dozzinali e stilisticamente omogenee e ripetitive che ormai da anni circolano ogni giorno su YouTube, TikTok, Instagram, Facebook e altri social media, nelle chat WhatsApp con amici e parenti che si scambiano il buongiorno, o anche nelle pubblicità di prodotti ed eventi.
Ricercatori, giornalisti ed esperti di design e di cultura digitale si chiedono da tempo, e più intensamente da alcuni mesi, quali conseguenze possa avere sulle percezioni e sul gusto estetico delle persone l’esposizione continua a contenuti standardizzati e palesemente creati in serie con software di intelligenza artificiale che replicano o combinano stili noti, spesso violando diritti d’autore.
È un fenomeno difficile da misurare con precisione, ma estesissimo e trasversale, per cui è diventato del tutto normale, per esempio, che immagini nello stile dello Studio Ghibli create artificialmente circolino tanto sui profili social del vicino di casa quanto su quelli dei governi di grandi paesi. O che uno stile grafico utilizzato dal festival americano del Coachella per annunciare la lineup dei concerti sia poi replicato da un piccolo comune per comunicare il programma della sagra della porchetta. Senza che queste scelte siano percepite da chi le compie come pigre, pacchiane o di cattivo gusto.







